“Gli sdraiati” di Michele Serra

 

VOTO: 7.5

TRAMA: Forse sono di là, forse sono altrove. In genere dormono quando il resto del mondo è sveglio, e vegliano quando il resto del mondo sta dormendo. Sono gli sdraiati. I figli adolescenti, i figli già ragazzi. Michele Serra si inoltra in quel mondo misterioso. Non risparmia niente ai figli, niente ai padri. Racconta l’estraneità, i conflitti, le occasioni perdute, il montare del senso di colpa, il formicolare di un’ostilità che nessuna saggezza riesce a placare. Quando è successo? Come è successo? Dove ci siamo persi? E basterà, per ritrovarci, il disperato, patetico invito che il padre reitera al figlio per una passeggiata in montagna? Fra burrasche psichiche, satira sociale, orgogliose impennate di relativismo etico, il racconto affonda nel mondo ignoto dei figli e in quello almeno altrettanto ignoto dei “dopopadri”. Gli sdraiati è un romanzo comico, un romanzo di avventure, una storia di rabbia, amore e malinconia. Ed è anche il piccolo monumento a una generazione che si è allungata orizzontalmente nel mondo, e forse da quella posizione riesce a vedere cose che gli “eretti” non vedono più, non vedono ancora, hanno smesso di vedere.” da feltrinellieditore

LA MIA RECENSIONE: 

Certo che un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono, prima non si era mai visto” Questo è quello che, laconicamente, sentenzia un anziano signore. Questa è la frase che, a mio parere, racchiude il fulcro del libro di Michele Serra, la sua anima e la sua denuncia: l’immobilismo dei Giovani, il loro incedere piano piano nella vita, anzi nemmeno, il loro sprofondare lentamente tra la fodera del divano. E’ questo quello che siamo, noi, nuove generazioni? E’ così che appariamo al mondo “adulto”, agli “eretti”? Con queste domande io apro questa recensione e previamente invito voi, cari lettori, a cercare di rispondere alle suddette domande. Team Giovani o team Vecchi?

Il romanzo è una sincera, rassegnata, malinconica denuncia a cuore aperto del padre di un “adolescente” di diciannove anni, tutto divano, cellulare, musica e vita notturna. E’ un muto dialogo tra lui e questo figlio ribelle, o meglio, è quello che il padre avrebbe voluto dire al figlio se il figlio non fosse così chiuso ed ermetico e il padre non fosse così “pappamolle”. Perché, sinceramente, io, un padre di famiglia così, non l’ho mai visto…così inerte, così rassegnato dall’ineluttibilità del suo rapporto familiare, così timoroso delle possibili reazioni del figlioletto prediletto. Ma, diamogli atto, che almeno ci prova ad instaurare un microscopico dialogo, ad aprire una piccolissima porta di comunicazione. Ci tenta, poveretto, ci tenta almeno. “E di questo qualcosa ti sono grato: primo perché mi hai rivolto la parola, secondo perché hai ritardato almeno per qualche giorno i miei presagi sull’inarrestabile degrado dell’umanità”  Questo povero padre divorziato, non abituato ad impartire regole, sentendosi un estraneo nei panni del genitore severo ed autoritario, ritenendosi buffo quasi, impacciato nella relazione con suo figlio cerca in tutti i modi di avvicinarlo, cerca l’amicizia con lui, per supplire alla profonda lacuna genitoriale, cerca dei comuni punti di contatto, di dialogo, cerca di entrare nel mondo di suo figlio, per capirlo meglio, per giustificarlo, forse; di contro tenta di condividere con il figlio esperienze che a parer suo avrebbero potuto essere memorabili, emozionanti, come la scalata del Colle della Nasca, come la vendemmia nella Langa. Insomma, il papà, con le sue ansie, con le sue paure, con le sue volatili arrabbiature trasmette nient’altro che tenerezza, dolcezza, delusione e spaesamento: veramente è così che voi adulti ci vedete? Veramente è così che noi giovani ci comportiamo?

Un doveroso accenno, però, va fatto allo stile e alla scelta lessicale, unica nota dolente del libro: Serra è troppo barocco, usa eccessivi giri di parole, metafore, similitudini, figure retoriche, arricchendo allo sfinimento la frase. Utilizza poi lessico ricercato, difficile, a volte, nella comprensione; pensate che non mi succedeva dalle medie di leggere un libro in cui trovavo parole che non conoscevo! L’argomento, così accattivante, così ben sviluppato, sembra messo in ombra da questo stile ridondante ed artificioso. Di questo devo avvertirvi, cari lettori, di certo non sarà una lettura così fluida e scorrevole, vi perderete tra congiunzioni, preposizioni, virgole e fraseggi vari.

Questo romanzo, insomma, è un grido di aiuto del padre 2.0; l’uomo così lontano anni luce dal patriarca familiare del passato. Un padre che non sa farsi rispettare, non sa imporsi, non sa educare. E, ovviamente, questa è la descrizione del rapporto tra padre e figlio, ma potrebbe benissimo avvolgere anche quello tra madre e figlio, donne sempre più in difficoltà nella comprensione delle loro predilette creature. Un allarme, quindi, una collettiva lamentela dei rapporti in famiglia nel XXI secolo. E’ anche, però, un mea culpa generale, un tentativo di riavvolgere il nastro, di ritrovare il filo della matassa ormai completamente sciolta; è un libro di auto-analisi, è un esame di coscienza per ambo le fazioni.

In conclusione, però, vorrei fare una specifica: dopo una veloce lettura (sono poco più di 100 pagine), così a caldo, io sento di escludermi dalla denuncia fatta dall’autore; anzi, oserei tirare fuori da questo calderone una bella fetta di ragazzi dai 18 anni in su, persone che, a parer mio, hanno sorpassato la temuta e letale adolescenza. Non accetto, infatti, questa descrizione così tragica e rassegnata, questa eterna ripetizione di concetti come “bamboccioni”, “figli di papà viziati”, “schizzinosi” e così via. Io conosco ragazzi che si sono rimboccati le maniche, accidenti, per crearsi un futuro migliore o almeno per tentare di farlo; io conosco ragazzi che il divano lo vedono, se tutto va bene, solo alla sera, prima di andare a dormire.

Quindi, caro signor Michele Serra, io non so che razza di figlio lei si sia trovato per le mani, ma le assicuro che molti ragazzi non si tirerebbero indietro di fronte alla fatica di una vendemmia e di certo non andrebbero a letto alle cinque di mattina il giorno prima. Conoscono la fatica del lavoro, la gioia di un bel tramonto, la felicità di aver conquistato una vetta difficile. Conoscono tutte queste cose e non serve essere “Vecchi” per saperle apprezzare. Basterebbe solo aver avuto una dignitosa educazione. Con affetto, Irene

LA MIA FRASE PREFERITA: …ma la tua maestria nell’assecondare l’entropia del mondo sta esattamente in questo minimo, quasi impercettibile scarto tra il “fatto” e il “non fatto”. Anche quando basterebbe un nonnulla per chiudere il cerchio, tu lo lasci aperto. Sei un perfezionista della negligenza”

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“Un cappello pieno di ciliege” di Oriana Fallaci

VOTO: 7.5

TRAMA: Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io.” Così comincia questa straordinaria epopea della famiglia di Oriana Fallaci, una saga che copre gli anni dal 1773 al 1889, con incursioni nel passato e in un futuro che precipita verso il bombardamento di Firenze del 1944. È una storia dell’Italia rivoluzionaria di Napoleone, Mazzini, Garibaldi, attraverso le avventure di uomini come Carlo che voleva piantare viti e olivi nella Virginia di Thomas Jefferson, Francesco marinaio, negriero e padre disperato, e donne indomite come la Caterina che alla fiera di Rosìa indossa un cappello pieno di ciliege per farsi riconoscere dal futuro sposo Carlo Fallaci, o come una bisnonna paterna, Anastasìa, figlia illegittima, ragazza madre, pioniera nel Far West. Dopo anni di ricerche, l’autrice ha visto la cronaca familiare trasformarsi in “una fiaba da ricostruire con la fantasia”: “la realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inventabile poi all’inventato… E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli” (da http://www.ibs.it/code/9788817034968/fallaci-oriana/cappello-pieno-ciliege.html)

 

LA MIA RECENSIONE:

Breve recensione per un lunghissimo libro; sì, l’ultimo romanzo della Fallaci, pubblicato postumo dal suo erede legittimo, il suo “bambino” frutto di anni e anni di ricerche ed indagini nel passato, ha la bellezza di più di ottocento pagine, 800!!!! Quindi, fatevi i vostri conti in partenza, amici, perché avrete davanti un lungo viaggio. Io però non mi sono lasciata intimidire e l’ho affrontato a testa alta “questo vocabolario” e devo dire che ne è valsa la pena, anche il dolore alla spalla per l’eccessivo peso nella borsa! Va oltremodo detto che, come oramai sapete, a me la Fallaci intriga, stimola, diverte e che con ironia e un lieve sarcasmo dipinge le sue storie.

All’inizio del libro (almeno nella mia edizione) troverete illustrato un albero genealogico della famiglia della scrittrice, sia il ramo paterno che quello materno; mi è stato sicuramente utile per barcamenarmi tra parentele varie, secondi matrimoni e figli illegittimi, per non perdere il filo insomma. Questo albero, infatti, si dirama tra la campagna toscana, Firenze, Genova e Livorno, per poi passare in Piemonte, a Torino e poi in Emilia, con una piccola tappa nelle grandi steppe americane. Questa epopea parte dal 1773, percorre tutte le vicende in Italia tra la monarchia, i nascenti moti rivoluzionari, Napoleone per arrivare fino alla fine del secolo XVII, includendo pure le vicende accadute nel nuovo continente, terra della sanguinosa guerra tra autoctoni e coloni. Proprio durante la narrazione della vita della ribelle e bellissima Anastasia in America, la Fallaci si dilunga nella descrizione della vita dei Mormoni, fanatici del culto del fondatore Joseph Smith, il fondatore, celebri per la convinta pratica della poligamia; descrive la vita in quelle comunità, il ruolo della donna (caro all’autrice, vedete anche “Sesso inutile”), i soprusi mascherati con abiti civili e le opinioni che le persone esterne avevano nei loro confronti.

Nel corso della narrazione la Fallaci si reincarna nelle vite dei suoi antenati, supportata da materiale fortemente cercato e trovato nel corso degli anni, da storie raccontate dalla memoria dei suoi nonni, da sensazioni e ricordi scovati dentro di sé e da non poca fantasia; narra le loro vicende, i loro successi e le loro sconfitte, cerca dei segni o delle particolarità che hanno le hanno tramandato, si sbilancia poi nelle preferenze di uno rispetto all’altro, insomma ci descrive una tipica epopea familiare, alla “Cent’anni di solitudine” per capirci. Nella narrazione, però, Oriana si sofferma maggiormente nelle figure femminili della sua bizzarra famiglia: da Caterina, un tornado di energie che si ribella alle convenzioni contadine e che ha lottato con tutte le sue forze per uscire dal buio dell’analfabetismo, alla storia d’amore triste e struggente tra Montserrat e Francesco, fino ad arrivare alla vera protagonista di questa saga, Anastasia, donna anticonvenzionale, indipendente, ammaliatrice e arguta, che affronta avventure di ogni genere (al limite del fantastico io credo) in Italia e in America. Piccola postilla personale: il personaggio di Anastasia non mi è mai piaciuto, troppo eccessiva, troppo fuori dagli schemi, non mi ha mai convinta del tutto, come invece ha fatto la mitica Caterina, genuina e intelligente toscana.

Unica pecca di questo romanzo è la quantità spropositata di pagine dedicate alla storia, pura e semplice: date e fatti elencati, guerre scoppiate, piccole rivolte in fermento e monarchi al trono. Mi sono sembrate parti sterili di un romanzo avvincente e intrigante. Sicuramente se non ci fossero state, o almeno se fossero state più concise ed essenziali, ci saremmo risparmiati un notevole numero di pagine in meno. Sicuramente sono servite ad inquadrare i momenti storici, ma se fossero state più riassuntive mi sarei sentita più leggera, io credo.

Insomma, Oriana non delude mai. Ha voluto, all’alba della sua morte, come dice nell’incipit, ricercare le tracce del suo passato, ritrovarsi nei suoi antenati, far pace con la storia, per affrontare più serenamente il suo già annunciato futuro, imminente e irrevocabile. E questa ricerca del “miglior modo di morire serenamente” lo si è notato anche nei suoi scritti dove ha calcato molto sulle morti dei suoi antenati susseguitesi, nel modo in cui sono passati a miglior vita, sui loro pensieri prima dell’ultimo istante, sul loro stato d’animo in quel preciso momento. Sicuramente una sua panacea, un rimedio o almeno piccolo e fragile salvagente gettato in un mare di dolore.

FRASE PREFERITA: Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io. Naturalmente sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai capito e mai accettato.”

 

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In fede

Ringrazio Thomas De Faveri per queste righe.

“I GIORNI DELL’ ABBANDONO” di ELENA FERRANTE

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VOTO: 6.5

TRAMA: “Una donna ancora giovane, serena e appagata, tutt’altro che inattiva nel cerchio sicuro della famiglia, viene abbandonata all’improvviso dal marito e precipita in un gorgo scuro e antico. Rimasta con i due figli e il cane, profondamente segnata dal dolore e dall’umiliazione, Olga, dalla tranquilla Torino dove si è trasferita da qualche anno, è risucchiata tra i fantasmi della sua infanzia napoletana, che si impossessano del presente e la chiudono in una allenata e intermittente percezione di sé. Comincia a questo punto una caduta rovinosa che mozza il respiro, un racconto che cattura e trascina fino al fondo più nero, più dolente dell’esperienza femminile.”

LA MIA RECENSIONE
Sono ritornata, fulminea, con un nuovo libro, frutto della mia razzia post-esame in libreria. Dopo una donna americana (“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee) ho sentito il bisogno di tuffarmi in un’altra voce femminile altrettanto celebre: Elena Ferrante. Era da molto tempo che desideravo leggere uno dei suoi romanzi, colpita dalla fulgida scia di complimenti che si porta dietro, così mi sono buttata: “I giorni dell’abbandono”. Non posso dirvi, cari amici miei, di essermene pentita, ma di sicuro non è stata per me una lettura facile né piacevole; non per la sua lenta lettura (l’ho finito in pochi giorni),  ma per la difficoltà emotiva che ho provato, pesante e greve come un macigno.
Ma ora passiamo all’analisi più concreta.

Innanzitutto voglio partire dalle cose positive: di positivo c’è sicuramente l’ egregia bravura della Ferrante, ha la capacità di mettere in fila verbi, soggetti, aggettivi così taglienti, così crudeli, ma allo stesso tempo così “giusti” da far avviluppare l’anima del lettore in un vortice senza fondo, senza appigli né mani a cui aggrapparsi.
Ed ecco che arriva la nota negativa: proprio per quello detto sopra questo romanzo è stato, per me, una sofferenza. Un viaggio nella più cupa e arida parte di un animo femminile. Un enorme pozzo in cui non si specchia nemmeno la Luna, un enorme frattura, buia e letale.
Quello che ho provato per la maggior parte del tempo è una lunga ed estenunante apnea, durante la quale ho vissuto il dolore dell’abbandono del marito, lo spaesamento iniziale, la lenta progressione verso un’estraneamento sempre più totalizzante, fino a toccare il fondale di un abisso oscuro ed ignoto, la disperazione più cupa, la paura della pazzia e il terrore per l’abbandono di un’umanità così scontata, ma così preziosa.
Un viaggio, insomma, verso l’inferno personale di questa donna abbandonata, buttata ai margini della vita da un marito troppo egocentrico, troppo immaturo.
Un viaggio dislocato tra Torino, nei momenti di lucidità, e Napoli, quando la paura e la disperazione prendono il sopravvento.
Una lunga, lunghissima giornata dove i piccoli incidenti quotidiani, le piccole difficoltà di una vita domestica sembrano macigni insormontabili, montagne invalicabili, ostacoli davanti ai quali si può solo soccombere.

Non nego che la protagonista mi abbia dato notevolmente fastidio, la sua inettitudine, la sua mancata reazione alla vita, la sua completa estraneità verso gli amici, il cane Otto, i suoi stessi figli, verso la vita. Per quanto fosse palese la sua sofferenza (e anche comprensibile, sicuramente), non riuscivo a sopportare le sue lamentele né le sue inspiegabili azioni.

Questa lunga discesa nell’Ade, però, ad un certo punto si ferma e piano piano comincia la lenta risalita, come in un percorso di eliminazione delle spore velenose dove, a poco a poco, il corpo inizia a ristabilirsi, a riattivare le sue corrette funzionalità vitali.

Considerato uno dei capolavori della Ferrante, “I giorni dell’abbandono” è un romanzo per sentimenti netti e decisi, per gusti monocolori, per sensazioni al limite.
Questo sappiatelo, mettetelo in conto prima di leggerla. Perché Elena Ferrante è così, prendere o lasciare. E io, nonostante tutto, ho lasciato.

P.s.: da lettrice accanita quale sono non nego di certo l’immensa bravura di questa autrice. Anzi, come ho detto sopra, possiede un indiscutibile talento nel descrivere le emozioni e i più reconditi sentimenti umani, soprattutto femminili. Quindi il voto così basso è puramente parziale e soggettivo (come tutta la recensione d’altronde), frutto di sensazioni mie personali che vanno oltre l’oggettiva bravura della scrittrice.

CITAZIONE PREFERITA: Ma sentivo che le cose si stavano mettendo male, ne ero sempre più spaventata. Quel mio continuo stare all’erta per evitare errori o affrontare pericoli aveva finito per stancarmi al punto che a volte mi bastava pensare all’urgenza di una cosa da fare per ritenere di averla fatta davvero.

“IL BUIO OLTRE LA SIEPE” di HARPER LEE

VOTO: 8

TRAMA: In una cittadina del “profondo” Sud degli Stati Uniti l’onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di un “negro” accusato di violenza carnale; riuscirà a dimostrarne l’innocenza, ma l’uomo sarà ugualmente condannato a morte. La vicenda, che è solo l’episodio centrale del romanzo, è raccontata dalla piccola Scout, la figlia di Atticus, un Huckleberry in gonnella, che scandalizza le signore con un linguaggio non proprio ortodosso, testimone e protagonista di fatti che nella loro atrocità e violenza non riescono mai a essere più grandi di lei. Nel suo raccontare lieve e veloce, ironico e pietoso, rivive il mondo dell’infanzia che è un po’ di tutti noi, con i suoi miti, le sue emozioni, le sue scoperte, in pagine di grande rigore stilistico e condotte con bravura eccezionale.”

LA MIA RECENSIONE:

Chiudete per un secondo gli occhi. Fatto? Immaginate di camminare in una stradina sterrata, circondata da immensi biancheggianti campi di cotone; immaginate di vedere delle piccole macchioline scure attorno a tutto quel bianco. Sentite caldo, un’afa torrida che vi mozza il respiro. A fatica attraversate quel sentiero per poi sbucare in una piccola cittadina chiamata Maycomb. Poco più avanti c’è una chiesa, affianco l’emporio di alimentari, a qualche metro di distanza un grande caseggiato adibito a scuola e vicino ad esso il tribunale di questa calda contea. La vedete? Quella bambina che porta braghe maschili? E accanto ad essa un ragazzino magro magro, un po’ più alto di lei? Ecco, quelli sono Jean Louise Finch, detta Scout e Jeremy Atticus Finch, per gli amici Jem, figli dell’onestissimo e celeberrimo avvocato penalista Atticus Finch. Perdonateli, però, sono dei ragazzini vivaci e curiosi che tentano in qualche modo di occupare le afose giornate estive con ricerche, scoperte ed indagini. Maycomb, si sa, pur essendo una piccolissima contea, offre un gran bel numero di misteri ai due birbanti; del resto se ne occupa la loro fervida immaginazione: da Boo Radley, il misterioso vicino di casa a Tom Robinson, il “negro” accusato di violenza sessuale, per finire a il signor Ewell, vendicativo ubriacone. Passando per Dill, la signora Mayweather e lo sceriffo Tate.

Il quadro che vi si prospetterà sarà una storia di discriminazioni: razziali, familiari e culturali. Sono anni, quelli descritti nel libro, dove la pacifica convivenza tra etnie diverse (nel caso “bianchi” e “negri”) sembra ancora molto lontana, dove Martin Luther King non ha ancora fatto il suo celeberrimo discorso. In questo clima Tom Robinson, un onesto lavoratore “negro”, fu accusato di violenza sessuale su una bianca; in questo clima l’avvocato Atticus dovette difenderlo, davanti ad una giuria popolare ferma e cieca nelle sue bieche ragioni. Come andò a finire non starà a me raccontarvelo, ma sarà la arguta voce di Scout, con i suoi occhi ancora non toccati dal nerume della realtà umana, a farlo, con tutta l’onestà e la limpidezza possibile. Le sue parole andranno a scandagliare con acutezza e precisione chirurgica la vita dei cittadini di Maycomb, le loro abitudini, le loro credenze, le loro idee, il modo in cui si sono creati un loro piccolo angolo nel mondo. Assieme al fratello Jem e all’amico Dill la nostra piccola Scout (il nome di certo non è una casualità) vivrà mille avventure e altrettante disavventure, supportata e protetta sempre dal vecchio padre.

E’ una storia di denuncia di un mondo retrogrado e bigotto, dove l’apparenza e le prime impressioni governano sovrane; e l’autore ha deciso di farlo con gli occhi di una bambina, puri e ingenui, netto contrasto con la crudeltà del mondo all’esterno.

Questo, cari miei, è un libro da assaporare lentamente; un viaggio in quegli anni tanto difficili quanto interessanti, anni in cui imperversava una mentalità che noi ci vantiamo di non avere più, ma che purtroppo è ancora insita in molte persone, come un tarlo, come un buco nero. E’ un viaggio nel tempo, ma con spunti così attuali che dovrebbero far paura.

Libro che fa riflettere, sicuramente, ma che entra nel cuore così teneramente grazie alla dolce, ma tenace Scout, che non vi lascerà facilmente. Ve lo assicuro.

CITAZIONE PREFERITA:Quando sarai grande vedrai tutti i giorni uomini bianchi che ingannano i neri; ma voglio dirti una cosa, e non dimenticarla mai: se un bianco fa una cosa simile a un nero, chiunque egli sia, per quanto sia ricco o appartenga alla migliore famiglia, quel bianco è un disgraziato.”

LETTURE & FALLIMENTI

Salve salve, oggi vorrei parlarvi in poche righe (vediamo se ci riesco, non sono famosa per la sintesi) di due libri che, o per fama o per buonissime recensioni, ho iniziato a leggere. Oggi ammetto pubblicamente una delle mie più grandi vergogne: lasciare incompleta la lettura di un libro. Ebbene sì, ci sono i saccheggiatori di frigo a mezzanotte, i possessori di qualche feticismo strano, i maniaci di cose impensabili (ma per tutto questo vi rimando ad un interessantissimo programma su Real Time in seconda serata) e poi ci sono io, che ritengo un’infamia untuosissima lasciare a metà un libro. Di norma cerco di essere abbastanza ligia al dovere: leggo un libro per volta, per godermelo appieno, lo finisco e poi passo ad un altro che magari mi piace di più e che ritengo un premio per la mia precedente compostezza d’animo. A volte però non ce la faccio nemmeno io, proprio non riesco, quasi mi faccio venire il magone a pensare di dover riprendere in mano quel romanzo; allora qui entra in gioco il dovere, l’obbligo morale di fare una cosa di cui non si ha minimamente voglia…ma la lettura non è un piacere? Non è uno svago, una piccola isola dorata e felice e spensierata proprio nel mezzo della nostra vita così caotica, così inquinata, così doverosa? Non condivido le posizioni infatti di quegli insegnanti (soprattutto maestri d’elementari) che obbligano durante le vacanze estive a leggere un certo numero di libri, come se fosse la quantità che conta, senza la minima comprensione verso quei ragazzi a cui la lettura proprio non piace, non va giù, a maggior ragione “Il gattopardo” sotto l’ombrellone. E così facendo peggiorano la situazione, così facendo ci saranno ancora meno ragazzi che vorranno approcciarsi a questo mondo. Soluzione? Perché non far leggere quello che vogliono loro? Perché non accettare di ricevere una recensione di quegli young adult che ora vanno tanto di moda tra le ragazzine? E’ auspicabile partire dal basso, dalla base e poi se piace piano piano iniziare ad intraprendere strade più colte, se vogliamo dire, più classiche ecco. Almeno questa è stata la mia esperienza. Cosa avevo detto all’inizio? Poche righe? Come al solito mi perdo in divagazioni, ma essendo quasi periodo di vacanza per gli studenti (ahimè non quelli universitari) ci tenevo ad esporre la mia idea.

Bene, ora procedo allo scopo di questo oramai non più tanto breve articolo. Ho letto recentemente due libri che, devo ammettere, erano nei miei desideri da un po’. Il primo di cui vi parlo è “Cosmopolis” di Don De Lilloda cui hanno tratto anche un film con l’ex vampiro Robert Pattinson. Questa è la trama: “Un giorno nella vita del giovane miliardario Eric Packer. Un’odissea contemporanea, surreale, sullo sfondo di un’oscura minaccia e del crollo dei mercati mondiali.” Mi ha subito attirata, devo dire, trama essenziale, dice tutto ma allo stesso tempo niente. Così l’ho comprato. De Lillo, inoltre, lo puntavo da un bel po’: autore eclettico, di origine italiana, iper-realistico e tagliente nella scrittura. Devo fare, però, una piccola premessa: due annetti fa avevo letto Palahniuk, “Fight club”, concluso poi con la visione del più famoso film; l’autore non mi è piaciuto, l’ho trovato nauseante in alcuni punti è veramente troppo freddo, troppo cinico. Ecco, con De Lillo ho ritrovato le stesse sensazioni, anzi peggiori poiché al ribrezzo si è aggiunta anche la difficoltà di capire quello che stava dicendo. Ora mi spiego meglio: i due autori hanno pressapoco la stessa impronta stilistica, appunto dura e molto realistica, ma De Lillo ha un linguaggio veramente troppo difficile, usa termini mai sentiti, di un target superiore al mio, tanto da costringermi a consultare la Treccani. In sostanza, è una lettura difficile sia per la difficoltà di stare dietro alla trama e ai dialoghi (sottointendono troppe informazioni) sia per lo stile molto complicato. Ovviamente non sto sconsigliando la lettura a tutti gli abitanti di questo pianeta, ma solo a quelli che potrebbero ritrovarcisi nei miei gusti e nelle mie pretese verso un romanzo; conosco infatti persone che lo amano alla follia.

Il secondo romanzo incompiuto è “Memorie di una ragazza perbene” di Simone de BeauvoirAnche qui vi riporto la trama: “Infanzia e adolescenza costituiscono la trama quasi romanzesca di Memorie d’una ragazza perbene, prima parte dell’autobiografia di Simone de Beauvoir. Le tappe obbligate d’una educazione sentimentale, l’inevitabile scontro con la famiglia e l’ambiente sociale dell’alta borghesia francese conservatrice e bigotta, i meschini pregiudizi d’un mondo in declino insieme con i primi dubbi, i contrasti sentimentali, le tensioni, accompagnano il lungo viaggio verso la conquista di sé, fino agli anni dell’università e l’incontro con alcune tra le piú note figure della cultura francese, da Simone Weil a Raymond Aron, da Merleau-Ponty a Roger Vailland e Jean-Paul Sartre.” In questo caso sarò più concisa: non mi è piaciuto perché é francese. Penso che sia stato tutto qui il problema, io ho un grandissimo blocco verso gli autori francesi. Non apprezzo il loro stile, il loro modo di narrare la realtà, le loro fin troppe descrizioni di tutto ciò che li circonda. E poi i nomi francesi mi danno veramente i nervi, nella mia testa si aggrovigliano consonanti e vocali senza una logica; ho veramente una seria difficoltà, inoltre, nel riconoscere il sesso dei protagonisti, dai nomi, infatti, mi sembrano tutte donne! Di questo libro non ne avrò letto nemmeno un quarto, ma dovevo aspettarmelo da una ragazza che ha tentato ben cinque volte di leggere “Madame Bovary” di Flaubert! Anche qui ovviamente il mio gusto personale ha prevalso, le mie critiche sono sempre soggettive e parziali; ciò non toglie la grandiosità e la fama di questi due scrittori, solo che non rispecchiano il mio gusto appunto.

Dovevano essere due piccole recensioni in pillole, ma ovviamente anche questo tentativo è precipitato nel più buio fallimento. Chi nasce tondo non muore quadrato, d’altronde.

Alla prossima!

“La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano

VOTO: 9

TRAMA: “Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima 2008. Alice è una bambina obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci. È una mattina di nebbia fitta, lei non ha voglia, il latte della colazione le pesa sullo stomaco. Persa nella nebbia, staccata dai compagni, se la fa addosso. Umiliata, cerca di scendere, ma finisce fuori pista spezzandosi una gamba. Resta sola, incapace di muoversi, al fondo di un canale innevato, a domandarsi se i lupi ci sono anche in inverno. Mattia è un bambino molto intelligente, ma ha una gemella, Michela, ritardata. La presenza di Michela umilia Mattia di fronte ai suoi coetanei e per questo, la prima volta che un compagno di classe li invita entrambi alla sua festa, Mattia abbandona Michela nel parco, con la promessa che tornerà presto da lei. Questi due episodi iniziali, con le loro conseguenze irreversibili, saranno il marchio impresso a fuoco nelle vite di Alice e Mattia, adolescenti, giovani e infine adulti. Le loro esistenze si incroceranno, e si scopriranno strettamente uniti, eppure invincibilmente divisi. Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano “primi gemelli”: due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Un romanzo d’esordio che alterna momenti di durezza e spietata tensione a scene rarefatte e di trattenuta emozione, di sconsolata tenerezza e di tenace speranza.”

LA MIA RECENSIONE:

Questo romanzo è stato per me una lama, una lama che è penetrata piano piano, sempre più in profondità: prima la pelle, poi i muscoli e sempre più giù, fino ad arrivare alle ossa. Sono uscita da questo libro rotta, ammaccata, destabilizzata; con una testa piena di pensieri e un cuore pesante come un macigno.

Questa è la storia di due numeri primi, due entità distinte, ma unite nello stesso identico destino: due individui contro il mondo intero. Hanno dovuto affrontare fin dalla più tenera infanzia prove, valutazioni, esami ed eterne lotte; si sono sempre considerati diversi, “quelli strani”, quelli che non venivano mai invitati alle feste di compleanno o che non entravano mai nel gruppo esclusivo di ragazzine alla moda. Hanno dovuto combattere perfino contro i genitori, le persone che dovrebbero volere bene a priori, senza se e senza ma. E invece hanno trovato solo incomprensioni, litigi, indifferenza o vergogna. Non hanno avuto una vita facile, Alice e Mattia, niente è stato semplice, liscio, automatico. Tutto è stato sofferto, sentito, provato e pianto.

Si potrebbe pensare che due individui di tal genere, legati indissolubilmente da un sadico destino, una volta trovatisi non si siano più lasciati, abbiano affrontato il mondo assieme, per mano. E invece no, spiacente per la delusione. I due ragazzi si sono sempre sfiorati, anzi nemmeno, hanno vissuti l’uno nell’ombra dell’altro, si sono cercati, ma mai trovati. Perché? Perché un blocco insormontabile, un muro invalicabile si è frapposto tra essi: il rifiuto di sé stessi, l’odio e la rabbia verso la loro persona, l’idea che nessuno, nemmeno l’altro, avrebbe voluto creare un rapporto con un rottame, con una persona ammaccata, guasta. Questo pensavano e questo è stata la costante della loro vita, dai dieci anni fino ai trenta; dalle elementari fino alle superiori; dall’università fino al mondo adulto, dalla convivenza con i genitori fino al matrimonio: in tutte queste situazioni il minimo comune denominatore di entrambi è stato il profondo senso di inadeguatezza che permeava ogni gesto, ogni scelta, ogni azione. “Perché lei e Mattia erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l’uno nell’altra.”

La storia non è semplice, provoca sofferenza, delusione, a volte anche ribrezzo; ti fa accapponare la pelle, storcere il naso o arricciare la bocca; ti incute timore, verso il romanzo, verso la realtà, verso la vita. Ti fa capire che ti devi considerare fortunato se nella tua testa non c’è tutto quella melma nera, simile a petrolio vischioso, che aggroviglia ed intrappola ogni pensiero: che sia una disfunzione alimentare, che sia il dolore e il senso di colpa verso la scomparsa di una sorella, che sia un grande vuoto incolmabile e senza fondo, il cervello viene veicolato e trasportato alla deriva, lontano da tutti, fuori dal mondo. “Aveva imparato a rispettare il baratro che lui aveva scavato tutto intorno a sé… anni prima aveva provato a saltarlo quel baratro e ci era cascata dentro… Ora si accontentava di sedersi sul ciglio con le gambe a penzoloni nel vuoto. La voce di Mattia non smuoveva più nulla nel suo stomaco, ma l’idea di lui era presente e lo sarebbe stata sempre, come l’unico vero termine di paragone per tutto quello che era venuto dopo”

E a volte avrai voglia di prendere a schiaffi Mattia, quel ragazzo talentuoso ma incatenato nella sua testa in una realtà oscura, cupa e terrorizzante. E a volte vorrai scuotere Alice, ragazza intelligente, di gran cuore, ma legata indissolubilmente al suo corpo e all’aspetto che traspare al di fuori. E più di tutti vorrai urlare contro quei quattro genitori, madri e padri assenti o codardi, incapaci di gestire i problemi o troppo orgogliosi per risolverli.

Ma in fondo Giordano ha portato all’estremizzazione profili umani frequenti, anzi frequentissimi; ha fatto riaffiorare demoni, fantasmi, densi ed opachi incubi accantonati in un piccolo angolino, che se ne stanno lì, dormienti, in attesa di una qualche debolezza per conquistare terreno, per cercare di farsi largo nella nostra razionalità, nel nostro self-control.

Questo romanzo è un aggrovigliamento di sofferenza, di dolore e di rimpianti. Però è anche un romanzo che ti lascia una piccola scia, luminescente, impercettibile sulla pelle; le ultime pagine ti fanno uscire il primo vero e sincero sorriso dall’inizio della storia. Ti fanno pensare: “Beh, non è poi così male la vita no?”. Ti danno un piccolo spiraglio di speranza, una forza propositiva, una fiducia incrollabile nella tenacia dell’essere umano.

LA MIA FRASE PREFERITA: “Mattia lo faceva apposta a essere così silenzioso in ogni suo movimento. Sapeva che il disordine del mondo non può che aumentare, che il rumore di fondo crescerà fino a coprire ogni segnale coerente, ma era convinto che misurando attentamente ogni suo gesto avrebbe avuto meno colpa di questo lento disfacimento.”

“After dark” di Murakami Haruki

VOTO: 8

TRAMA: “Un giovane jazzista, un esperto informatico, una prostituta picchiata da un cliente, la manager di un love hotel, una ventunenne che vegeta in uno stato semicomatoso, e sua sorella, ragazza solitaria e inquieta. In una Tokyo aliena, nell’arco di una sola notte i destini di queste persone finiscono per incrociarsi facendo emergere un inatteso senso di umana solidarietà.”

LA MIA RECENSIONE: rieccomi, dopo ben due mesi di inattività. Scusate, tra esami da sostenere, lezioni da seguire, relazioni umane da portare avanti e crisi mistiche non sono riuscita a portare avanti questo blog. Comunque, ritorno con un libro regalatomi da una persona che conosce la mia passione spasmodica per la lettura. Ho già recensito tempo addietro un libro di Murakami, “Norwegian Wood“, ma, come ho detto in quella sede, è un romanzo atipico che esce dagli schemi abituali di questo autore. Invece con “After dark” si ritorna in pieno Murakami, uno scrittore giapponese, chirurgico nei dettagli, impersonale nelle descrizioni, ma allo stesso tempo caldo e avvolgente. Tutto questo è figlio di una cultura giapponese totalizzante ed esotica, estranea e affascinante. Ho letto questo libro tutto d’un fiato, attratta dal ritmo incalzante della narrazione, sedotta da una scrittura così eterea e delicata.

La trama è costruita su una piccola porzione di vita, da mezzanotte fino alle sette di mattino, di cinque protagonisti, totalmente diversi fra loro: c’è Takahashi, studente di medicina e trombettista per passione, che incontra in un bar Mari, ragazza misteriosa, cupa e solitaria; Mari ha una sorella, Eri, tanto bella quanto fragile, intrappolata in un perenne sonno. Poi c’è un’ex lottatrice ora direttrice di un lovehotel e un prostituta cinese violentata da un suo cliente, tecnico informatico in un’azienda della capitale. Tutti questi personaggi vivono un’intera notte, sospesi fra sogno e realtà, tra storie del passato e incertezze sul futuro. Murakami descrive con una scelta narrativa distaccata e imparziale le azioni e perfino i pensieri dei protagonisti; questa oggettività non è implicita, bensì esplicitata dall’autore stesso, il quale si pone come osservatore esterno che filma con una macchina da presa asettica il mondo sottostante.

L’elemento notte aleggia tra i protagonisti come una presenza costante e rende la realtà più sfuggente, meno vivida e insicura: sembra quasi creare delle zone di impunità, dove tutto è concesso, poiché è assente la luce. La storia è sviluppata nell’arco di sette ore, poche in confronto ad una vita intera, ma a quanto pare utili per la crescita e la maturazione dei personaggi; infatti, se non ci fosse l’orologio ad inizio capitolo che ricorda l’ora esatta, sembrerebbe che la narrazione venga
dilatata in giorni, addirittura mesi; un effetto ottico, che ci fa estraniare ulteriormente dalla realtà circostante. L’alba, infatti, sembra un obiettivo raggiunto, un cancello aperto per un nuovo mondo più consapevole e più adulto, che lascia alle spalle una lunga strada tortuosa affastellata di insidie e cadute.

“After dark” va letto, assaporato e gustato acuendo al massimo i propri sensi, estraniandosi dal caos delle nostre vite. “After dark” è una piccola perla in mezzo ad un fondale sabbioso, è un libriccino frutto di una maestria con le parole e con i sentimenti che Murakami ripete ad ogni libro. Proprio in ragione di ciò sottolineo il fatto che non è consigliato a quelle persone che cercano fuoco o azione o emozioni sconvolgenti in un libro, non lo apprezzerebbero, anzi si limiterebbero solo a denigrarlo.

Terminato questo romanzo mi è venuta voglia di prendere un libro, la borsa ed una sciarpa e andarmene in giro per un’intera notte, per assaporare ogni dettaglio sotto una luce diversa, più opaca e soffusa. In solitudine.

FRASE PREFERITA: “È passata attraverso un lungo tempo buio, ha scambiato molte parole con le persone della notte che nella notte ha incontrato, ma ora finalmente è tornata al luogo a cui appartiene. Attualmente, almeno per il momento, attorno a lei non vi è nulla che la minacci. Ha diciannove anni ed è protetta dal tetto e dalle pareti. È protetta dai giardini tenuti a prato, dai sistemi d’allarme, dalle station wagon tirate a lucido, dai grossi cani intelligenti che passeggiano nel vicinato.”

“Sesso debole” di Oriana Fallaci

VOTO: 7/10

TRAMA

Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico. Così Oriana Fallaci nella premessa a “Il sesso mutile”, il primo libro che pubblica con Rizzoli, nel 1961. L’anno precedente, inviata de “L’Europeo”, è in Oriente insieme al fotografo Duilio Pallottelli per un’inchiesta sulla condizione delle donne. È partita alla ricerca di tracce di felicità e nel libro racconta la sua esperienza: a Karachi in Pakistan assiste al matrimonio di una sposa bambina e si ribella all’idea delle donne velate; a New Delhi incontra Rajkumari Amrit Kaur, figura di grande potere in India, e le sembra che assomigli a sua nonna; in Malesia conosce le matriarche che vivono nella giungla; a Singapore c’è la scrittrice Han Suyin, che sente subito amica; a Hong Kong le cinesi non hanno più i piedi fasciati ma le intoccabili abitano ancora sulle barche, senza mai scendere a terra; a Tokio è smarrita di fronte all’impenetrabilità delle giapponesi e a Kyoto affronta il mistero delle geishe; alle Hawaii cerca invano i segni di un’esistenza originaria intatta. Il viaggio si conclude a New York, dove il progresso ha reso più facile la vita delle donne a confrontarsi con “un mondo di uomini deboli, incatenati a una schiavitù che essi stessi alimentano e di cui non sanno liberarsi”.

 

RECENSIONE:

Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione  esse debbano costruire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico”

Allora perché Oriana ha voluto scrivere un libro che parla interamente delle donne e delle loro condizioni di vita?

Volerne parlare non è come mettere necessariamente su un piano inferiore le donne, “il sesso debole”? Spendere libri su libri per parlare di loro, di noi, non equivale ad ammettere che noi siamo un “problema da risolvere”, una sorta di “questione femminile” o giù di lì? Non siete d’accordo? Beh, Oriana lo era; pensava che come gli uomini sono uomini e non c’era bisogno di pagine e pagine di inchiostro per spiegarlo, così le donne sono donne e basta, non c’era nient’altro da dire. Ma allora perché sulla figura femminile ha incentrato buona parte delle sue opere? Perché donna lo era anche lei; era unA giornalistA che faceva carriera durante la metà del secolo scorso, anni in cui era ancora vigente la legge sull’adulterio femminile, anni in cui si credeva che le donne fossero state create per badare al focolare, ai figli, al massimo per fare qualche lavoretto come la sarta, ma niente di più e niente di meno. Invece l’Oriana (perdonatemi per questa confidenza, ma mi sta molto simpatica) era una donna indipendente, sagace, intelligente e determinata; era, ed è tuttora, diventata una delle figure di spicco del giornalismo mondiale in quegli anni e sottolineo, in quegli anni. Era una paladina, un esemplare di donna che non aveva bisogno di un marito per definirsi o per avere un’identità. Se la formava da sola, l’identità. “La paura che fanno le donne le quali, quando sono potenti, lo sono sempre più di un uomo”. E tutto questo creava scalpore, indignazione a molti, come se fosse impensabile che una donna, sì proprio una donna, potesse arrivare ad un simile successo.

Ok, quanto ho appena detto assomiglia moltissimo ai “pipponi esistenziali” che poco sopporto, soprattutto se sono “pipponi esistenziali femministi”, ma l’essenza del libro è questa: negli anni ’60 una donna autonoma e affermata visita mezzo mondo alla ricerca delle “donne più felici del nostro pianeta”. Tutto qui. Il motore che l’ha spinta per una simile avventura è stato questo, una speranza (o un illusione) di trovare un essere femminile la cui condizione non conosce soprusi o angherie o sottomissioni di qualsiasi genere o specie. Da qui parte e da qui finisce: nel mezzo, però, ci sono moltissime sfumature, emozioni e denunce che la Fallaci scrive, condite con verve e ironia. “E in quel girare avevo seguito la marcia delle donne intorno ad una cupa, stupidissima infelicità”. L’avrà trovata questa donna? Lascio a voi la risposta, dopo aver letto il libro, ovviamente.

Vale la pena quindi sprecare carta e inchiostro per parlare di noi? O farlo ci metterebbe ancora di più in una condizione subordinata e “debole”? Per sensibilizzare e sottolineare ciò che subiamo ogni giorno, in qualsiasi Stato del nostro pianeta, che sia uno stipendio più basso rispetto a quello degli uomini o che sia l’infibulazione degli organi femminili ne varrebbe sempre la pena, su questo non ci sono obiezioni che tengano,senza però scadere in vittimismi e piagnistei vari (soprattutto nella festa della donna!). Dall’evidenza non si può scappare, infatti. E Oriana questo lo sapeva molto bene.

Per questi motivi la Fallaci, come inviata del “L’Europeo“, in compagnia del fotografo romano Duilio Pallottelli (che ha accettato l’incarico soprattutto per fare breccia nel cuore di una pulzella esotica) parte per il suo viaggio in giro per il mondo: Pakistan, India, il profondo Oriente, Malesia e Hawaii. Grazie alla sua fama, alla sua arguzia e, bisogna ammetterlo, anche ad una sana dose di fortuna riesce ad intervistare un ventaglio di donne assai eterogeneo: dalla sposa bambina pakistana al medico indiano che con orgoglio vanta il suo successo nel controllo delle nascite; dalla ricerca nelle foreste malesiane delle matriarche che avevano fatto scappare i loro mariti alla scrittrice cinese Han Suyin, la cui vita è stata oggetto di un film di successo; dalle geishe giapponesi alla danza tribale delle hawaiane; per finire a New York dove “la donna americana incomincia a comandare l’uomo americano dal momento in cui apre gli occhi sul mondo al momento in cui li chiude per sempre”

Un lungo ed intenso viaggio nelle profondità della cultura di ciascun paese; un’analisi sociologica che si basa su una cartina tornasole infallibile: la condizione di vita femminile. Un viaggio che la Fallaci compie alla ricerca della felicità, ma quando una donna si può dire felice? Ed è una felicità diversa da quella maschile? “Mia cara, le donne sono tutte uguali nel mondo, a qualsiasi razza o clima o religione appartengano, poiché è la natura umana che è uguale”  Rajkumari Amrit Kaur, “la donna più saggia che avessi mai conosciuto”, risponde così.


FRASE PREFERITA: “<E non vengono mai? (n.d.r. i mariti)> <Certo che vengono: una volta al mese, o alla settimana. Cioè quando abbiamo voglia di stare con loro. Che bisogno c’è di averli tra i piedi?>”