“Atti osceni in luogo privato” di Marco Missiroli

 

VOTO: 7.5

Mi ha corteggiata molto questo libro, da circa un anno, da quando lo vidi per la prima volta nella sezione novità della mia libreria preferita. Ma aspettai e protrassi quel piacere con una banale scusa. Da quel momento in poi, ogni volta che entravo in una libreria lui mi guardava, mi richiamava e mi affascinava, sperando nel mio acquisto. Ma a nulla servì, rimase sempre la mia seconda scelta e quindi, per le mie povere tasche, il classico libro che si rimette al suo posto e lo si appunta in una wishlist. Persino quando mi decisi finalmente a comprarlo, finì per essere surclassato, prima nella scelta poi nella lettura, da un altro libro. E poi, dopo lunga e penosa malattia come si suol dire, arrivai a lui. Finalmente. Lo iniziai a leggere in un’uggiosa domenica di giugno (che dovrebbe essere un ossimoro, ma in questi ultimi giorni, purtroppo, non lo è più), dopo una galvanizzante, si fa per dire, corsa sotto la pioggia. E questo fu l’incipit che mi accolse: “Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa. Mio padre che soffiava sul cucchiaio mentre sentenziava: e i pompini. Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – Sono una delle meraviglie del cosmo”

Ne rimasi piacevolmente colpita. L’argomento è, principalmente, il sesso e su questo il titolo era già stato eloquentemente chiaro. Ma non mi aspettavo una simile entrèe di benvenuto. In questo incipit sta tutto il libro: Libero, così si chiama il protagonista, sua madre e suo padre. Una famiglia divisa, ma unita affettivamente. Una madre viziosa, viziata e affascinante, che decide di rovinare il nucleo familiare per ritrovare l’utero, la sua femminilità e la sua giovinezza. Un padre, rivenditore di prodotti omeopatici, invece, riflessivo, insospettatamente comunista e docile, con un amore verso la letteratura che cerca, anche con piccoli accorgimenti, di instillare nel figlio. E poi c’è Libero Marsell o “ometto di mondo” per sua madre, “Grand Liberò” per la sua musa Marie: un ragazzo che, nel libro, affronta le varie tappe della vita, dall’infanzia fino alla nascita, in cui assisteremo ad una compensazione di vite. Affrontiamo subito lo scottante tema del sesso per un ragazzino in fase di crescita, il costante tarlo della masturbazione, poi dei primi approcci con il gentil sesso, poi i primi baci, il primo rapporto sessuale e la prima relazione. Affrontiamo il suo conflittuale rapporto con la madre e il suo amante, il tenero legame con il padre e quello empatico con il migliore amico di sempre, Antoine, un italo-congolese, genio della matematica. Poi c’è Marie, la trentenne bibliotecaria che rimase “l’intoccabile” donna della vita di Liberò e Lunette, la sua prima volta, il suo primo amore, le prime timide conoscenze con suo “lato osceno”, indecente e turpe, che piano piano impara ad accettare e ad incanalare.

Un’altra costante di queste pagine, assieme al sesso ovviamente, è la letteratura; a fare da spartiacque nei vari momenti della vita di Liberò sono i romanzi consigliati prima dal padre e poi dalla bibliotecaria Marie: dalla Duras a Buzzanti, da Faulkner ad Hemingway e tanti altri, che scandiscono il tempo della sua esistenza. Quello però che, più di tutti, l’ha formato e plasmato fu “Lo straniero” di Camus che segnò uno iato tra la sua vita parigina, piena di mollezze ed esistenzialismi e quella invece milanese, più concreta e più reale. Qui infatti Libero aggiunge ulteriori tessere al puzzle, qui avrà poi la sua rinascita e la sua liberazione. Perché Libero deve, alla fine di tutto, cercare di riempire il suo nome.

“Atti osceni in luogo privato” è un romanzo di un autore navigato, lo si intravede subito, acculturato e che sa il fatto suo. Ma forse, questo, è il proprio suo punto debole: troppo colto, troppo francese in alcuni punti, è come se frapponesse una barriera impenetrabile tra il lettore e lo scrittore, come se l’autore volesse specificare quali sono i due ruoli e non volesse mescolarli. Missiroli ha messo sul fuoco troppe citazioni, troppa cultura, a volte a discapito della genuinità del racconto. Nel complesso, però, questo suo stile non ha inficiato la bellezza e la spensieratezza della storia. Che merita di essere vissuta.

E’ vincitore del Premio Mondello 2015 – Sezione Opera Italiana

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