“La macchia umana” di Philip Roth

VOTO: 8

TRAMA: “Il professor Coleman Silk da cinquant’anni nasconde un segreto, e lo fa così bene che nessuno se n’è mai accorto, nemmeno sua moglie o i suoi figli. Un giorno però basta una frase (anzi una sola parola detta per sbaglio, senza riflettere) e su di lui si scatenano le streghe del perbenismo, gli spiriti maligni della political correctness. Allora tutto il suo mondo, la sua brillante vita accademica, la sua bella famiglia, di colpo crollano; e ogni cosa che Coleman fa suscita condanna, ogni suo gesto e ogni sua scelta scandalizzano i falsi moralisti. Non c’è scampo perché «noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.”

RECENSIONE: Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.”  Coleman Silk è un professore di lettere antiche in una mediocre università del Massachusetts, stimato, lodato e risoluto. Con il suo piglio sicuro ha trancaito i rami secchi della sua facoltà, ha eliminato quella vecchia guardia retrograda e fannullona che se ne stava lì in panciolle, accontentandosi di riciclare pubblicazioni e di insegnare, senza interesse, la loro materia. E’ un uomo atletico, Coleman Silk, affascinante, nonostante i suoi settantanni, sicuro di sè, tutto d’un pezzo, intelligente ed arguto. Ha una famiglia numerosa, quattro figli, una moglie-roccia e una bellissima casa. Sembra una vecchiaia tranquilla, onesta, soddisfacente persino, un degno coronamento di una vita costeggiata da successi e medaglie, la maggior parte della gente ci metterebbe la firma a tutto questo, sicuro. Ma Coleman Silk ha un segreto. Una sorpresa per il lettore, nonostante la trama lo anticipi. Un segreto che, alla luce dell’accadimento che ha iniziato a far declinare, fino alla morte, il professore, sembra quasi ridicolo, ironico e quasi grottesco.

Quello che accade a Silk lo scoprirete subito, tra le prime pagine del romanzo, non sono qui per svelarvelo. Vorrei solo riuscire a farvi comprendere quanto questa storia descriva in circa 300 pagine la varietà umana , quella peggiore e più gretta, ma anche quella più sana e pulita, con tutti i suoi problemi, le sue inquietudini e misteri. Attorno al professor Silk ruotano personaggi multiformi, ciascuno di essi con un lato buio e malsano, più o meno grande, da raccontare; camminano sul suolo terrestre e  lasciano la loro sudaticcia impronta; ciascuno di essi, con le loro paure e i loro difetti, macchiano indelebilmente il mondo. E la persona che cammina sui loro passi si sporca di quel nero petrolio e si porta dietro quella macchia per tutta la vita, finché la morte, come una doccia purificante, non lava via tutto, lasciando la pelle allo stato originario, pura e vergine. Tutti i personaggi di “La macchia umana” hanno la loro chiazza di petrolio e ciascuno di essi è coautore della fine di Coleman Silk. Philip Roth traccia abilmente i contorni di ciascun soggetto con linee definite e visibili, poi però, piano piano, colora all’interno di questi margini con grande approssimazione, lasciando degli spazi bianchi da una parte e calcando il colore dall’altra. Il risultato? Un reduce del Vietnam, in pieno disturbo da stress post-traumatico, che non riesce a discernere e ad archiviare gli orrori di quella guerra dagli orrori della vita quotidiana, si sente perennemente sotto attacco, non abbassa quasi mai la difesa; tuttavia questo personaggio, che si potrebbe comprendere agevolmente, dimostra delle sfaccettature della sua personalità totalmente estranee, quasi ossimoriche rispetto alla via che l’autore sta percorrendo con il medesimo. Per esempio.

Sono consapevole che, da questo mio discorso, non capirete granché della trama né dello sviluppo che la storia acquista durante il romanzo. Questo, però, potrete facilmente scoprirlo leggendolo, nulla di più scontato. A me, invece, preme farvi capire quanto vi state attualmente perdendo per non aver ancora messo il naso ne “La macchia umana”; vorrei solo mettervi la pulce nell’orecchio. Sicuramente Roth non è un autore facile da vivere, così cupo e realistico, mette timore e lascia un peso sullo stomaco. Ma voi non avete idea di quanto è bravo: usa sapientemente le sue mirabolanti doti da scrittore con un linguaggio a dir poco elaborato, con vocaboli altisonanti, periodi intricati e contenuti spesse volte difficili da elaborare, soprattutto data la nostra cultura europea. Ma quello che io ho trovato, personalmente, strabiliante è il modo con cui ha portato avanti la storia, i dialoghi tra i personaggi, appartenenti ad un mondo a me così lontano che, a sorpresa, non mi è mai stato così vicino. Sì, è un romanzo sicuramente difficile, il contesto è complicato, i personaggi sono cupi e così spaventosamente reali, gli argomenti che tratta non sono di difficile masticazione (la guerra in Vietnam, l’analfabetismo, il razzismo e chi più ne ha più ne metta), ma vi assicuro che non vi perderete nemmeno una briciola del panino che Philip Roth vuole farvi mangiare e, avidi, ne cercherete ancora e ancora, anche quando sarete consapevoli che il pranzo è finito e che è tempo di digerire tutto quanto. Ma non sarà facile. Una tisana al finocchio forse potrebbe fare al caso vostro.

P.S. Da questo romanzo è stato tratto anche un film con Anthony Hopkins (un Coleman Silk perfetto) e Nicole Kidman.

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