“Il cardellino” di Donna Tartt

 

 

VOTO: 8

TRAMA: “Figlio di una madre devota e di un padre inaffidabile, Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo a New-York, senza parenti né un posto dove stare, viene accolto dalla ricca famiglia di un suo compagno di scuola. A disagio nella sua nuova casa di Park Avenue, isolato dagli amici e tormentato dall’acuta nostalgia nei confronti della madre, Theo si aggrappa alla cosa che più di ogni altra ha il potere di fargliela sentire vicina: un piccolo quadro dal fascino singolare che, a distanza di anni, lo porterà ad addentrarsi negli ambienti pericolosi della criminalità internazionale. Nel frattempo, Theo cresce, diventa un uomo, si innamora e impara a scivolare con disinvoltura dai salotti più chic della città al polveroso labirinto del negozio di antichità in cui lavora. Finché, preda di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare, si troverà coinvolto in una rischiosa partita dove la posta in gioco è il suo talismano, il piccolo quadro raffigurante un cardellino che forse rappresenta l’innocenza perduta e la bellezza che, sola, può salvare il mondo.”

LA MIA RECENSIONE: Premio Pulitzer 2014, lavoro decennale della pignola Donna Tartt (questo è il suo terzo romanzo), è un tomo di ben 892 pagine (in versione cartacea) che più volte mi ha attirato in qualsiasi libreria io mettessi piede, grazie ad uno sconto che, date le pagine, era più che notevole; ma sempre per lo stesso motivo ho sempre rifuggito, più che certa della sicura scomodità del suo trasporto. Poi un’offerta nel kobostore mi ha fatto cambiare idea e, per nulla spaventata dalle 750 e passa pagine (virtuali), mi ci sono buttata a capofitto, con fiducia ed ottimismo. Questo non solo per le molte recensioni positive che ho raccattato in giro per il web, ma anche per il mio entusiasmo ormai collaudato verso questa Donna, impeccabile e composta nelle foto, la cui perfezione si riflette senza dubbio sulla sua scrittura. Mesi addietro, infatti, avevo letto un altro suo famoso romanzo, “Dio di illusioni”, la mia porta d’accesso nel mondo della Tartt e che ora, con “Il cardellino”, non ha per nulla deluso le mie aspettative.

Questo è un romanzo-colosso, una storia in bilico tra il romanzo di formazione “a la Dickens” e un thriller, infarcito di misteri, intrighi, relazioni pericolose e l’amore per l’arte. Infatti, punto di equilibrio rimane, per tutto il romanzo, “Il cardellino” di Carel Fabritius, piccolo quadro, ma di estrema bellezza che Theo ruba dal museo durante l’attacco terroristico, che si porterà per anni nei suoi vari spostamenti e che lo trascinerà poi, a suo discapito, in un tunnel di affari loschi e criminali.

Vi devo confessare che trovo molto difficile recensire questo libro, non solo per la vastità dello stesso (che non mi permette assolutamente di fare una sinossi concisa ed esaustiva), ma anche per la bravura della scrittrice a creare attorno al romanzo una sorta di bolla, impenetrabile dall’esterno, che isola il lettore sia narrativamente sia emozionalmente. E’ proprio per questo che io non riesco a descrivervi al meglio quello che ho provato leggendolo, le mie sensazioni e le mie opinioni. E’ come se, un giorno, decidessi di recensire obiettivamente la mia vita, uscissi dal mio corpo e andassi a descrivere minuziosamente con una lente di ingrandimento tutto quello che mi è successo: non ce la farei, non riuscirei ad essere oggettiva, coesa e sincronica, non riuscirei a raccontare con logicità gli eventi della mia vita. Ecco, così mi sento ora, dopo ore che scrivo e cancello frasi in questo post. Allora ho deciso di essere onesta, poco imparziale e poco “professionale”; ho deciso che questa recensione la scrivo proprio di pancia, quello che mi esce fuori, come uno “stream of consciousness” joyciano, senza filtri né obiettività. Di questo libro, infatti, ho letto recensioni entusiaste, che idolatravano la Tartt e la sua scrittura perfetta e altri, invece, un po’ dubbiosi, non schifati né inorriditi, ma solo poco generosi verso la scrittrice. Questo può far capire, molto meglio delle mie parole, che questo è un romanzo che divide in due le masse: a chi piace (tantissimo) e a chi non piace (diciamo poco). Io, se non lo avete ancora capito, sono decisamente nella prima categoria.

Theo è un personaggio che, fin dalla prima pagina in cui è adulto e ricorda con un enorme flashback il suo passato, mi è subito entrato nel cuore: il suo cinismo, il suo pessimismo cronico e la sua artica autostima me l’hanno fatto amare immediatamente. Dalle sue parole si scorge fin da subito il suo dolore, o meglio la sua latente disperazione, per la perdita della madre, la sua adoratissima e bellissima madre. Si percepisce la sorda disperazione, che pervade l’intero romanzo, del protagonista, il senso di colpa che lo divora, il vortice dei “se”e dei “ma” che lo ingoia: “Sapevo che la sua morte non era colpa mia, ma a un livello viscerale, irrazionale e inscalfibile, ero convinto che lo fosse” Ci descrive la madre quasi come una dea, bruna e con gli occhi azzurri, amorevole con il figlio, amante dell’arte e sempre in bilico tra la realtà e la sua fantasia. Quello di Theo per la madre è un amore viscerale, al limite del patologico, complice sicuramente il loro coeso fronte verso il padre, alcolista e disgraziato. Il filo conduttore di tutta la storia è proprio lei, impersonata e idealizzata poi nel quadro che Theo si porterà appresso come una sorta di cimelio, flebile legame con il suo scomparso genitore che aveva tanto amato quell’opera. “Fu come perdere l’unico punto di riferimento in grado di guidarmi verso un luogo più felice, verso un’esistenza più ricca di legami e più congeniale” Da qui si dipana tutta la storia e da qui partono tutti i suoi guai. Da questo momento in poi è un susseguirsi di incontri e scontri con personaggi a loro modo memorabili, che lo sfiorano, lo spingono o lo accarezzano. Il primo è l’amico sovietico Boris, ragazzino indipendente, cinico e intelligente con il quale passerà mesi sotto la dipendenza da droghe e da alcool e che poi ritroverà nell’età adulta; poi c’è Pippa, ragazzina che come lui ha subito il trauma all’interno del museo da cui ne è uscita viva per miracolo e Hobie, una sorta di padre adottivo, un padre morale che poi diventerà anche il suo socio in affari. Ma il protagonista, al pari di Theo, del libro è sicuramente il quadro, filo rosso che percorre l’intera storia, fautore sicuramente di intrighi, di rivendicazioni e di misteri, ma che rimane la coperta di Linus per il giovane Decker; per Theo, infatti, la piccola opera d’arte non è un oggetto di valore economico, non è nemmeno un’opera di un pittore famoso, ma è solo il quadro che sua madre adorava, è il motivo per cui quel giorno erano andati al Metropolitan Museum, è il nesso causale con la sua morte e quasi per trasposizione quel quadro mantiene la sua essenza, quasi ne fosse la sua reincarnazione. In quel quadro Theo trova consolazione, cerca un unguento per la sua anima nera che la faccia spurgare e ne faccia uscire tutto il male.

Nonostante i buoni propositi, però, nonostante all’apparenza sia una persona equilibrata, pacata, accondiscendente e generosa, Theo è una persona malata, una persona ormai rotta e impossibile da riassemblare. Questo suo disagio verso la vita lo porta a mentire, a compiere azioni disonorevoli, lo lega a doppio filo con le dipendenze: la droga, l’alcool, poi i farmaci, Pippa e, non meno importante, il quadro; tutto ciò che lo fa stare bene, gli fa dimenticare il suo trauma cerca di assumerlo in dosi eccessive, spasmodiche. Poi però deve fare i conti con l’astinenza, crudele gioco dei contrappesi, che lo porta più volte al confine con la morte. Theo, quindi, non è l’orfanello buono e generoso che, nonostante le molteplici disavventure, affronta la vita con coraggio e ottimismo; no, Theo è l’antieroe, è una persona malata, bugiarda e disonesta, è la vittima del suo destino, ma allo stesso tempo ne è il suo carnefice. Non si può, però, non volergli bene, non affezionarci, non sperare che alla fine il destino gli dia un’altra chance, una sorta di riscatto per quello che ha dovuto sopportare. “…Ma dopotutto non è sempre l’elemento fuori posto, quello che non funziona alla perfezione, che stranamente finiamo per amare di più?”

Un’ultima cosa che vi segnalo è il finale, le ultime dieci pagine di questo romanzo sono la perla dell’intero libro, solo per queste vale la pena leggere le altre 740; in quelle frasi la Tartt tira le fila del discorso, chiude il cerchio, come si suol dire, e dà alla rocambolesca storia di Theo un senso ancora più pragmatico.

Come avevo preannunciato non mi aspetto che voi abbiate capito quello che volevo veramente dire in questa recensione, ma va bene così. Ho cercato di darvi degli spunti, degli input per iniziare a leggere un romanzo non facile, sicuramente, ma che potrebbe darvi molto più di quello che vi aspettate. A dispetto, però, della mole, la lettura è agevole, la scrittrice ha una scrittura fluida e omogenea; il linguaggio poi è ricercato, ma rimane sempre in un registro comune e comprensibile. La storia inoltre è avvincente, lascia con il fiato sospeso e con la voglia di continuare a leggere spasmodicamente fino al finale. E se questo non vi ha già convinto, io ve lo consiglio anche solo per assaggiare la scrittura della Tartt, la sua maestria nella narrazione e nell’elaborazione dell’intelaiatura e, non da meno, per avere l’occasione di leggere un Premio Pulitzer, il più ambito premio della narrativa americana.

LA MIA FRASE PREFERITA “La maggior parte delle persone sembravano soddisfate della sottile patina ornamentale e del sapiente gioco di luci che, di tanto in tanto, facevano apparire più misteriosa e meno ripugnante la sostanziale atrocità della condizione umana”

 

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