“La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano

VOTO: 9

TRAMA: “Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima 2008. Alice è una bambina obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci. È una mattina di nebbia fitta, lei non ha voglia, il latte della colazione le pesa sullo stomaco. Persa nella nebbia, staccata dai compagni, se la fa addosso. Umiliata, cerca di scendere, ma finisce fuori pista spezzandosi una gamba. Resta sola, incapace di muoversi, al fondo di un canale innevato, a domandarsi se i lupi ci sono anche in inverno. Mattia è un bambino molto intelligente, ma ha una gemella, Michela, ritardata. La presenza di Michela umilia Mattia di fronte ai suoi coetanei e per questo, la prima volta che un compagno di classe li invita entrambi alla sua festa, Mattia abbandona Michela nel parco, con la promessa che tornerà presto da lei. Questi due episodi iniziali, con le loro conseguenze irreversibili, saranno il marchio impresso a fuoco nelle vite di Alice e Mattia, adolescenti, giovani e infine adulti. Le loro esistenze si incroceranno, e si scopriranno strettamente uniti, eppure invincibilmente divisi. Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano “primi gemelli”: due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Un romanzo d’esordio che alterna momenti di durezza e spietata tensione a scene rarefatte e di trattenuta emozione, di sconsolata tenerezza e di tenace speranza.”

LA MIA RECENSIONE:

Questo romanzo è stato per me una lama, una lama che è penetrata piano piano, sempre più in profondità: prima la pelle, poi i muscoli e sempre più giù, fino ad arrivare alle ossa. Sono uscita da questo libro rotta, ammaccata, destabilizzata; con una testa piena di pensieri e un cuore pesante come un macigno.

Questa è la storia di due numeri primi, due entità distinte, ma unite nello stesso identico destino: due individui contro il mondo intero. Hanno dovuto affrontare fin dalla più tenera infanzia prove, valutazioni, esami ed eterne lotte; si sono sempre considerati diversi, “quelli strani”, quelli che non venivano mai invitati alle feste di compleanno o che non entravano mai nel gruppo esclusivo di ragazzine alla moda. Hanno dovuto combattere perfino contro i genitori, le persone che dovrebbero volere bene a priori, senza se e senza ma. E invece hanno trovato solo incomprensioni, litigi, indifferenza o vergogna. Non hanno avuto una vita facile, Alice e Mattia, niente è stato semplice, liscio, automatico. Tutto è stato sofferto, sentito, provato e pianto.

Si potrebbe pensare che due individui di tal genere, legati indissolubilmente da un sadico destino, una volta trovatisi non si siano più lasciati, abbiano affrontato il mondo assieme, per mano. E invece no, spiacente per la delusione. I due ragazzi si sono sempre sfiorati, anzi nemmeno, hanno vissuti l’uno nell’ombra dell’altro, si sono cercati, ma mai trovati. Perché? Perché un blocco insormontabile, un muro invalicabile si è frapposto tra essi: il rifiuto di sé stessi, l’odio e la rabbia verso la loro persona, l’idea che nessuno, nemmeno l’altro, avrebbe voluto creare un rapporto con un rottame, con una persona ammaccata, guasta. Questo pensavano e questo è stata la costante della loro vita, dai dieci anni fino ai trenta; dalle elementari fino alle superiori; dall’università fino al mondo adulto, dalla convivenza con i genitori fino al matrimonio: in tutte queste situazioni il minimo comune denominatore di entrambi è stato il profondo senso di inadeguatezza che permeava ogni gesto, ogni scelta, ogni azione. “Perché lei e Mattia erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l’uno nell’altra.”

La storia non è semplice, provoca sofferenza, delusione, a volte anche ribrezzo; ti fa accapponare la pelle, storcere il naso o arricciare la bocca; ti incute timore, verso il romanzo, verso la realtà, verso la vita. Ti fa capire che ti devi considerare fortunato se nella tua testa non c’è tutto quella melma nera, simile a petrolio vischioso, che aggroviglia ed intrappola ogni pensiero: che sia una disfunzione alimentare, che sia il dolore e il senso di colpa verso la scomparsa di una sorella, che sia un grande vuoto incolmabile e senza fondo, il cervello viene veicolato e trasportato alla deriva, lontano da tutti, fuori dal mondo. “Aveva imparato a rispettare il baratro che lui aveva scavato tutto intorno a sé… anni prima aveva provato a saltarlo quel baratro e ci era cascata dentro… Ora si accontentava di sedersi sul ciglio con le gambe a penzoloni nel vuoto. La voce di Mattia non smuoveva più nulla nel suo stomaco, ma l’idea di lui era presente e lo sarebbe stata sempre, come l’unico vero termine di paragone per tutto quello che era venuto dopo”

E a volte avrai voglia di prendere a schiaffi Mattia, quel ragazzo talentuoso ma incatenato nella sua testa in una realtà oscura, cupa e terrorizzante. E a volte vorrai scuotere Alice, ragazza intelligente, di gran cuore, ma legata indissolubilmente al suo corpo e all’aspetto che traspare al di fuori. E più di tutti vorrai urlare contro quei quattro genitori, madri e padri assenti o codardi, incapaci di gestire i problemi o troppo orgogliosi per risolverli.

Ma in fondo Giordano ha portato all’estremizzazione profili umani frequenti, anzi frequentissimi; ha fatto riaffiorare demoni, fantasmi, densi ed opachi incubi accantonati in un piccolo angolino, che se ne stanno lì, dormienti, in attesa di una qualche debolezza per conquistare terreno, per cercare di farsi largo nella nostra razionalità, nel nostro self-control.

Questo romanzo è un aggrovigliamento di sofferenza, di dolore e di rimpianti. Però è anche un romanzo che ti lascia una piccola scia, luminescente, impercettibile sulla pelle; le ultime pagine ti fanno uscire il primo vero e sincero sorriso dall’inizio della storia. Ti fanno pensare: “Beh, non è poi così male la vita no?”. Ti danno un piccolo spiraglio di speranza, una forza propositiva, una fiducia incrollabile nella tenacia dell’essere umano.

LA MIA FRASE PREFERITA: “Mattia lo faceva apposta a essere così silenzioso in ogni suo movimento. Sapeva che il disordine del mondo non può che aumentare, che il rumore di fondo crescerà fino a coprire ogni segnale coerente, ma era convinto che misurando attentamente ogni suo gesto avrebbe avuto meno colpa di questo lento disfacimento.”

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