“Trainspotting” di Irvine Welsh

VOTO: 7.5/10

TRAMA

“Un pugno di ragazzi a Edimburgo e dintorni: il sesso, lo sballo, la rabbia, il vuoto delle giornate. Sono i dannati di un modernissimo inferno “chimico”, con la loro vita sfilacciata e senza scampo. Alla ricerca di un riscatto, di un senso da dare alla propria esistenza – che non sia il vicolo cieco fatto di casa, famiglia e impiego ordinario – trovano nella droga e nella violenza l’unica risposta possibile. Sboccato, indiavolato, travolgente: l’esordio di un talento letterario, il romanzo shock che ha fatto epoca e dato voce a una nuova generazione.”

 

LA MIA RECENSIONE:

“Scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina; scegli di startene seduto su un divano a guardare i giochini alla televisione, a distruggerti il cervello e l’anima, a riempirti la pancia di porcherie che ti avvelenano. Scegli di marcire in un ospizio, cacandoti e pisciandoti sotto, cazzo, per la gioia di quegli stronzi egoisti e fottuti che hai messo al mondo.”

Cercate un romanzo spensierato, leggero, così leggero da poterlo leggere tranquillamente in spiaggia o prima di andare a dormire? Volete una storia che vi faccio sognare, vi faccia credere in un mondo migliore, che vi dia delle speranze? Bene. Questo non è un libro per voi, nossignore. Questo è un libro crudo, scioccante, demoralizzante, a volte veramente schifoso, ma realistico, talmente realistico che fa paura. Qui non si parla di sentimenti nè di emozioni. Qui non ci sono favole o conclusioni a lieto fine. Qui viene descritta la parte più gretta e più misera dell’umanità; vengono scandagliati i più reconditi ed oscuri antri della nostra anima. Quindi preparatevi: non ne uscirete lindi e puliti, ve lo assicuro.

La storia è un collage di esperienze di un gruppo di amici scozzesi, di Edimburgo precisamente, ambientata nei primi anni ’90 tra droga, AIDS e Kurt Cobain (che di droga se ne intendeva eccome). Sono nati nello stesso quartiere, cresciuti con le medesime esperienze e batoste, ma ognuno vi ha posto rimedio in modo differente: chi con la droga, chi solo con l’alcool, chi con il sesso e chi con la violenza gratuita (alla “Arancia Meccanica” per capirci). E quindi le vite di Rents, Begbie, Sick Boy, Spud e Tommy vanno a concatenarsi e ad influenzarsi vincendevolmente. Questi ragazzi cadono in basso, molto in basso, compiono azioni per mettere a tacere i loro démoni, qualunque cosa siano, che ad un occhio esterno potranno sembrare abominevoli, ma sono solo frutto di istinti di necessità e sopravvivenza. Si abbassano, perdono perfino la dignità per un ulteriore dose di eroina. E la droga diventa una compagna di vita, una madre, un padre, un’amica; diventa tutto. Ed è così gelosa e possessiva che brucia eventuali sogni, desideri o progetti. “Secondo Premio era un ammasso di disperazione; a guardar la sua vita nel complesso, era il caso di dire che la sua abilità di calciatore era un frivolo passatempo e non che l’alcolismo era una crudele disgrazia”  Sembra un mondo dissacrante? Sì, lo è. Sembra un mondo senza valori nè morale, dove questi ragazzi vivono con i sussidi statali e non fanno niente per migliorare la propria situazione. Però non bisogna vedere il male ovunque perchè anche tra persone per cui non conta nient’altro che arrivare al giorno successivo senza andare in astinenza alcuni valori ci sono: l’amicizia, per esempio. Non tradirebbero mai un amico per ottenere ciò di cui hanno bisogno. Uno spiraglio di speranza in mezzo a tutto questo nerume?

Irvine Welsh ha una scrittura dissacrante, fredda, secca e diretta; non fa molti giri di parole, per dire una cosa va dritto al punto, colpisce direttamente nel fulcro nevralgico della situazione. Muta lo stile e la scrittura a seconda dell’io narrante del capitolo: c’è Rents, i cui pensieri sono razionali, puliti e logici e invece Spud che sono più simili ad un flusso di coscienza, pieni di intercalari come “non per dire” o “cazzo” e similia. Questa è un’altra abilità di Welsh: adattare la sua scrittura al personaggio protagonista di quel capitolo, per descriverlo non solo con i suoi gesti e le sue azioni, ma anche con i suoi pensieri e riflessioni.

Finito il libro sono andata per curiosità a guardarmi l’adattamento cinematografico, cosicchè avessi una panomarica generale del tutto: mi è piaciuto, decisamente. Penso di averlo apprezzato di più proprio perchè in precedenza avevo letto il libro, non ne sono rimasta delusa, anzi.

Quindi, consiglio vivamente questo libro, di certo non perchè appena finito sarete così orripilati da far desistere qualunque minimo pensiero di entrare in quel mondo, non voglio fare la moralista. Anche se, devo dire, da completa ignorante quale sono su droga e affini una certa cultura me la sono fatta. Lo consiglio solo per capire, comprendere quelle persone ricoverate nei centri di recupero per tossicodipendenti ( vedi Comunità di Sant’Egidio), quei ragazzi sbandati che si incontrano per strada, quegli adulti che dopo anni non sono ancora riusciti ad uscire da quel tunnel. Perchè è troppo facile additarli come drogati o alcolizzati, persone deboli che alla prima difficoltà scappano dalla realtà e si buttano a capofitto in quel mondo. E’ troppo facile chiamarli “figli di papà”, ragazzini viziati che non hanno nient’altro da fare che iniziare a sniffare. E’ troppo facile criticare quella persona famosa che ha tutto nella vita eppure muore a 27 anni, in un letto di un hotel di lusso. Dopo la lettura di questo libro un briciolo di compassione la proverete, ne sono sicura, e anche un piccolo spicchio di comprensione, azzardo. E forse vi sembreranno meno lontani di quello che pensavate; magari più simili a voi, con la stessa difficoltà a vivere la vita. Hanno solo scelto un modo diverso per affrontarla. E, badate bene, la mia non vuole essere assolutamente una difesa perbenista a persone che hanno delle evidenti difficoltà ad affontare il mondo, ma solo un invito a cercare di capire il perchè delle loro scelte. Tutto qua.

CITAZIONE PREFERITA: “Swanney ci insegnò ad amare e rispettare il servizio sanitario nazionale, perché era la fonte di quasi tutta la nostra roba. Rubavamo farmaci, ricette. Le comprovamo, vendevamo, scambiavamo, falsificavammo, fotocopiavamo. O scambiavamo droghe con le vittime del cancro, gli alcolizzati, i vecchi pensionati, i malati di AIDS, gli epilettici e le casalinghe frustrate. Prendevamo morfina, diacetilmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxyphene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, chlormetiazolo. Le strade schiumano di droghe contro il dolore e l’infelicità. Noi le prendavamo tutte. Ci saremmo sparati la vitamina C se l’avessero dichiarata illegale.”


Piccola nota fuori programma: scusate la prolungata assenza, ma ero impegnata a non avere una vita e a preparare diritto penale e vi assicuro che le due cose sono correlate. Ora però sono ritornata, più viva che mai. E fra poco ci sarà una bella recensione su un libro che mi sta davvero appassionando, oserei dire uno dei romanzi più belli mai letti in vita mia.

Stay tuned.

 

 

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