Pot-pourri di letture

Ciao, è da un bel po’ che non scrivo più sul mio blog, ma di certo non ho mai smesso di macinare libri. Ecco perché ho deciso di condividere le mie letture di questo (lungo) periodo, portandovi i libri che più mi hanno colpita ed emozionata.

  • Non avevo capito niente” di Diego De Silva: romanzo ambientato a Napoli che vede come protagonista un cupo, ma ironico avvocato, Vincenzo Malinconico; sbattuto fuori di casa dalla moglie, costretto a vivere e a lavorare attorniato da mobili Ikea (dei quali conosce tutti i nomi), Vincenzo vive la sua vita in uno stato di perenne intorpidimento, aspettando sempre qualcosa che, a causa della sua inettitudine, non arriva. Preferisce starsene rannicchiato in una angolo a compiangersi e a lamentarsi del mondo piuttosto che prendere di petto le difficoltà e vincerle. Ma d’altronde, come dargli torto? Le cose però cambiano con l’arrivo di una sexy pm che palesa un interesse nei suoi confronti e un becchino della camorra che decide di farsi difendere proprio da lui. Riusciranno questi eventi a scuoterlo dal suo torpore? P.S. Devo dire che De Silva è un vero e proprio comico, è capace di buttare con nonchalance delle battute ilari e caustiche, che suscitano un’immediata e genuina risata (il che non è simpatico nel caso di lettura in luoghi pubblici).
  • Vivere per addizione” di Carmine Abate: un insieme di storie che parlano di emigrazione da più punti di vista: quella dei genitori del protagonista in Germania (a lavorare in fabbrica), quella del protagonista (che fa la spola tra la Germania del Nord, il Nord Italia e il suo paese calabrese, come insegnante di italiano) e la nuova emigrazione, quella dall’Africa e dal Medio Oriente. Storie diverse che però mantengono un nucleo comune: il distaccamento forzato dalla terra natìa e la nostalgia di “casa”, ma nel contempo la consapevolezza che la propria casa non offre sostentamento né futuro.
    Il protagonista queste sensazioni le ha provate, provando una nostalgia acuta della sua terra, delle sue donne, del suo mare; ma con l’andare del tempo e degli anni, ha maturato una consapevolezza maggiore: egli vive per addizione, la sua identità è formata dal suo “io calabrese”, dal suo “io tedesco” e dal suo “io trentino”. Tutto questo fa di lui sé stesso e questo è sufficiente.
  • “Pappagalli verdi” di Gino Strada: Gino Strada ti fa sentire piccolina, quasi egoista, tu che sei indaffarata nel vivere la tua (più o meno fortunata vita), che ti disperi per una bocciatura o per l’ennesima sindrome influenzale.
    Gino Strada ti fa capire quanto il mondo è cattivo perché se la prende con i più deboli, i bambini, le donne, che non ne possono nulla. La guerra ormai non si combatte più nelle frontiere, ma nelle case, nelle campagne e negli ospedali. È proprio lì che avviene il più terribile dei sacrifici, migliaia di vite umane spezzate per gli interessi di pochi.
    Non è una frase fatta, purtroppo, ma la terribile verità. E questo libro, come l’altro che Gino Strada ha scritto, ti apre gli occhi sulla realtà di quei luoghi.
    Da leggere assolutamente.
  • “Non esiste saggezza” di Gianrico Carofiglio: mi ha fatto piacere ritrovare un vecchio amico (la serie sull’avvocato Guerrieri l’ho divorata), ma questi racconti mi hanno lasciato con un qualcosa di non concluso, uno spiraglio di luce in un cielo grigio ed ovattato.
    Alcuni racconti mi sono piaciuti più di altri, come è normale che sia, ma non sono ancora riuscita a capire il collegamento tra di loro, semmai ce ne fosse uno.
  • “Buskashì. Viaggio dentro la guerra” di Gino Strada: un libro difficile da masticare. Ingombrante, duro, complicato. Ma spaventosamente giusto. Gino Strada ha raccontato gli orrori della guerra, che non ha bandiera né religione. Ci ha detto, un’altra volta, quanto siano fallaci i meccanismi internazionali, quanto siano egoisti e crudeli. Ci ha ribadito che la guerra non si combatte con un’altra guerra. Gli unici a farne la spesa sono i civili, i bambini, le donne, i loro papá.
    Da questo libro emerge solo la punta dell’iceberg, ma basta e avanza per farci rabbrividire e farci sperare che ne esistano altri come Gino Strada, per lasciare accesa una luce di speranza.
  • Il gatto” di Georges Simenon: Simenon delinea con sorprendente bravura i protagonisti, i loro caratteri, il loro aspetto fisico, i loro pensieri e azioni. Riesce a far uscire l’anima più intima della coppia con naturalezza, in un linguaggio semplice ed immediato, senza fronzoli.
    “Il gatto” è una di quelle storie che, alla fine, ti portano a riflettere…sarà anche questo il mio destino? Finirò anche io ad odiare mio marito e a farci la guerra? Spero di no.
    Quel che rimane di questo Simenon è la cruda e nuda realtà, nessun artifizio e nessuna fantasia.
  • “La verità sul caso Harry Quebert” di Joel Dicker: “La verità sul caso Harry Quebert” è sicuramente un thriller avvincente e fa il suo dovere, cioè tenerti incollato alle pagine del libro per scoprire chi è l’assassino di Nola Kellergan.
    Tuttavia il libro è notevolmente prolisso, e anche inutilmente aggiungerei, l’autore, con la metà delle pagine, avrebbe ottenuto lo stesso risultato.
    Inoltre molti passaggi sono incoerenti e irreali; la facilità con cui uno scrittore si addentra nelle ricerche della polizia mi ha lasciata un po’ perplessa.
    Ultima osservazione, i dialoghi tra Nola e Harry mi hanno fatto venire la nausea da quanto sono melensi e sdolcinati. Anche questi esagerati e irreali.
    Per il resto, ripeto, un buon libro, ma non sufficiente per giustificare un tale risvolto mediatico.
  • “Boy A. Storia di un ragazzo imperfetto” di Jonathan Trigell: questo è un romanzo che, per quanto imperfetto, scuote la coscienza, ci fa porre una semplice, ma spietata domanda: può un bambino essere punito per aver compiuto un crimine? Può considerarsi incapace di intendere o volere? Quanto si può dire cosciente dell’azione svolta?
    Non è una domanda facile e non lo è nemmeno la sua risposta.
    C’è un altro tema che spicca prepotente in questo libro: l’opinione pubblica e il ruolo del giornalismo nei processi, soprattutto quelli penali. E la gogna mediatica a cui sono sottoposti gli imputati, la quale, con i suoi “giudici popolari” si sostituisce al tribunale formale; il popolo vuole il sangue, vuole “l’occhio per occhio, dente per dente”, senza lasciare spazio alla giustizia statale, ritenuta blanda e non sufficiente.
    Queste e tante altre riflessioni mi hanno suscitato questo libro, che resta un romanzo privo di speranza, cupo, purtroppo realistico, deprimente anche. Da leggere però.

“Atti osceni in luogo privato” di Marco Missiroli

 

VOTO: 7.5

Mi ha corteggiata molto questo libro, da circa un anno, da quando lo vidi per la prima volta nella sezione novità della mia libreria preferita. Ma aspettai e protrassi quel piacere con una banale scusa. Da quel momento in poi, ogni volta che entravo in una libreria lui mi guardava, mi richiamava e mi affascinava, sperando nel mio acquisto. Ma a nulla servì, rimase sempre la mia seconda scelta e quindi, per le mie povere tasche, il classico libro che si rimette al suo posto e lo si appunta in una wishlist. Persino quando mi decisi finalmente a comprarlo, finì per essere surclassato, prima nella scelta poi nella lettura, da un altro libro. E poi, dopo lunga e penosa malattia come si suol dire, arrivai a lui. Finalmente. Lo iniziai a leggere in un’uggiosa domenica di giugno (che dovrebbe essere un ossimoro, ma in questi ultimi giorni, purtroppo, non lo è più), dopo una galvanizzante, si fa per dire, corsa sotto la pioggia. E questo fu l’incipit che mi accolse: “Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa. Mio padre che soffiava sul cucchiaio mentre sentenziava: e i pompini. Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – Sono una delle meraviglie del cosmo”

Ne rimasi piacevolmente colpita. L’argomento è, principalmente, il sesso e su questo il titolo era già stato eloquentemente chiaro. Ma non mi aspettavo una simile entrèe di benvenuto. In questo incipit sta tutto il libro: Libero, così si chiama il protagonista, sua madre e suo padre. Una famiglia divisa, ma unita affettivamente. Una madre viziosa, viziata e affascinante, che decide di rovinare il nucleo familiare per ritrovare l’utero, la sua femminilità e la sua giovinezza. Un padre, rivenditore di prodotti omeopatici, invece, riflessivo, insospettatamente comunista e docile, con un amore verso la letteratura che cerca, anche con piccoli accorgimenti, di instillare nel figlio. E poi c’è Libero Marsell o “ometto di mondo” per sua madre, “Grand Liberò” per la sua musa Marie: un ragazzo che, nel libro, affronta le varie tappe della vita, dall’infanzia fino alla nascita, in cui assisteremo ad una compensazione di vite. Affrontiamo subito lo scottante tema del sesso per un ragazzino in fase di crescita, il costante tarlo della masturbazione, poi dei primi approcci con il gentil sesso, poi i primi baci, il primo rapporto sessuale e la prima relazione. Affrontiamo il suo conflittuale rapporto con la madre e il suo amante, il tenero legame con il padre e quello empatico con il migliore amico di sempre, Antoine, un italo-congolese, genio della matematica. Poi c’è Marie, la trentenne bibliotecaria che rimase “l’intoccabile” donna della vita di Liberò e Lunette, la sua prima volta, il suo primo amore, le prime timide conoscenze con suo “lato osceno”, indecente e turpe, che piano piano impara ad accettare e ad incanalare.

Un’altra costante di queste pagine, assieme al sesso ovviamente, è la letteratura; a fare da spartiacque nei vari momenti della vita di Liberò sono i romanzi consigliati prima dal padre e poi dalla bibliotecaria Marie: dalla Duras a Buzzanti, da Faulkner ad Hemingway e tanti altri, che scandiscono il tempo della sua esistenza. Quello però che, più di tutti, l’ha formato e plasmato fu “Lo straniero” di Camus che segnò uno iato tra la sua vita parigina, piena di mollezze ed esistenzialismi e quella invece milanese, più concreta e più reale. Qui infatti Libero aggiunge ulteriori tessere al puzzle, qui avrà poi la sua rinascita e la sua liberazione. Perché Libero deve, alla fine di tutto, cercare di riempire il suo nome.

“Atti osceni in luogo privato” è un romanzo di un autore navigato, lo si intravede subito, acculturato e che sa il fatto suo. Ma forse, questo, è il proprio suo punto debole: troppo colto, troppo francese in alcuni punti, è come se frapponesse una barriera impenetrabile tra il lettore e lo scrittore, come se l’autore volesse specificare quali sono i due ruoli e non volesse mescolarli. Missiroli ha messo sul fuoco troppe citazioni, troppa cultura, a volte a discapito della genuinità del racconto. Nel complesso, però, questo suo stile non ha inficiato la bellezza e la spensieratezza della storia. Che merita di essere vissuta.

E’ vincitore del Premio Mondello 2015 – Sezione Opera Italiana

“La macchia umana” di Philip Roth

VOTO: 8

TRAMA: “Il professor Coleman Silk da cinquant’anni nasconde un segreto, e lo fa così bene che nessuno se n’è mai accorto, nemmeno sua moglie o i suoi figli. Un giorno però basta una frase (anzi una sola parola detta per sbaglio, senza riflettere) e su di lui si scatenano le streghe del perbenismo, gli spiriti maligni della political correctness. Allora tutto il suo mondo, la sua brillante vita accademica, la sua bella famiglia, di colpo crollano; e ogni cosa che Coleman fa suscita condanna, ogni suo gesto e ogni sua scelta scandalizzano i falsi moralisti. Non c’è scampo perché «noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.”

RECENSIONE: Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.”  Coleman Silk è un professore di lettere antiche in una mediocre università del Massachusetts, stimato, lodato e risoluto. Con il suo piglio sicuro ha trancaito i rami secchi della sua facoltà, ha eliminato quella vecchia guardia retrograda e fannullona che se ne stava lì in panciolle, accontentandosi di riciclare pubblicazioni e di insegnare, senza interesse, la loro materia. E’ un uomo atletico, Coleman Silk, affascinante, nonostante i suoi settantanni, sicuro di sè, tutto d’un pezzo, intelligente ed arguto. Ha una famiglia numerosa, quattro figli, una moglie-roccia e una bellissima casa. Sembra una vecchiaia tranquilla, onesta, soddisfacente persino, un degno coronamento di una vita costeggiata da successi e medaglie, la maggior parte della gente ci metterebbe la firma a tutto questo, sicuro. Ma Coleman Silk ha un segreto. Una sorpresa per il lettore, nonostante la trama lo anticipi. Un segreto che, alla luce dell’accadimento che ha iniziato a far declinare, fino alla morte, il professore, sembra quasi ridicolo, ironico e quasi grottesco.

Quello che accade a Silk lo scoprirete subito, tra le prime pagine del romanzo, non sono qui per svelarvelo. Vorrei solo riuscire a farvi comprendere quanto questa storia descriva in circa 300 pagine la varietà umana , quella peggiore e più gretta, ma anche quella più sana e pulita, con tutti i suoi problemi, le sue inquietudini e misteri. Attorno al professor Silk ruotano personaggi multiformi, ciascuno di essi con un lato buio e malsano, più o meno grande, da raccontare; camminano sul suolo terrestre e  lasciano la loro sudaticcia impronta; ciascuno di essi, con le loro paure e i loro difetti, macchiano indelebilmente il mondo. E la persona che cammina sui loro passi si sporca di quel nero petrolio e si porta dietro quella macchia per tutta la vita, finché la morte, come una doccia purificante, non lava via tutto, lasciando la pelle allo stato originario, pura e vergine. Tutti i personaggi di “La macchia umana” hanno la loro chiazza di petrolio e ciascuno di essi è coautore della fine di Coleman Silk. Philip Roth traccia abilmente i contorni di ciascun soggetto con linee definite e visibili, poi però, piano piano, colora all’interno di questi margini con grande approssimazione, lasciando degli spazi bianchi da una parte e calcando il colore dall’altra. Il risultato? Un reduce del Vietnam, in pieno disturbo da stress post-traumatico, che non riesce a discernere e ad archiviare gli orrori di quella guerra dagli orrori della vita quotidiana, si sente perennemente sotto attacco, non abbassa quasi mai la difesa; tuttavia questo personaggio, che si potrebbe comprendere agevolmente, dimostra delle sfaccettature della sua personalità totalmente estranee, quasi ossimoriche rispetto alla via che l’autore sta percorrendo con il medesimo. Per esempio.

Sono consapevole che, da questo mio discorso, non capirete granché della trama né dello sviluppo che la storia acquista durante il romanzo. Questo, però, potrete facilmente scoprirlo leggendolo, nulla di più scontato. A me, invece, preme farvi capire quanto vi state attualmente perdendo per non aver ancora messo il naso ne “La macchia umana”; vorrei solo mettervi la pulce nell’orecchio. Sicuramente Roth non è un autore facile da vivere, così cupo e realistico, mette timore e lascia un peso sullo stomaco. Ma voi non avete idea di quanto è bravo: usa sapientemente le sue mirabolanti doti da scrittore con un linguaggio a dir poco elaborato, con vocaboli altisonanti, periodi intricati e contenuti spesse volte difficili da elaborare, soprattutto data la nostra cultura europea. Ma quello che io ho trovato, personalmente, strabiliante è il modo con cui ha portato avanti la storia, i dialoghi tra i personaggi, appartenenti ad un mondo a me così lontano che, a sorpresa, non mi è mai stato così vicino. Sì, è un romanzo sicuramente difficile, il contesto è complicato, i personaggi sono cupi e così spaventosamente reali, gli argomenti che tratta non sono di difficile masticazione (la guerra in Vietnam, l’analfabetismo, il razzismo e chi più ne ha più ne metta), ma vi assicuro che non vi perderete nemmeno una briciola del panino che Philip Roth vuole farvi mangiare e, avidi, ne cercherete ancora e ancora, anche quando sarete consapevoli che il pranzo è finito e che è tempo di digerire tutto quanto. Ma non sarà facile. Una tisana al finocchio forse potrebbe fare al caso vostro.

P.S. Da questo romanzo è stato tratto anche un film con Anthony Hopkins (un Coleman Silk perfetto) e Nicole Kidman.

“FAHRENHEIT 451” di RAY BRADBURY

VOTO: 7

TRAMA: “In un’allucinante società del futuro si cercano, per bruciarli, gli ultimi libri scampati a una distruzione sistematica e conservati illegalmente. Il romanzo più conosciuto del celebre scrittore americano di fantascienza.”

LA MIA RECENSIONE FLASH: scritto nel 1953 da Ray Bradbury “Fahrenheit 451” è un romanzo di fantascienza ambientato in una società di un futuro indefinito, dove possedere libri o qualsiasi pezzo di carta viene considerato reato. A punire i ribelli ci pensano gli “incendiari”, militi che somigliano a pompieri, ma che, invece di domare gli incendi, li appiccano volontariamente per eliminare qualsiasi traccia di scrittura e letteratura. I libri, infatti, vengono visti come una grandissima minaccia alla pace, alla tranquillità e alla serenità della popolazione stessa: “Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza” Le parole vengo ritenute pericolose più delle armi e le idee che queste instillano nella gente li rendono più curiosi, più creativi e meno recettivi ai comandi impartiti dal potere. Il mezzo, invece, utilizzato dal governo per definire le regole sociali, per definire quello che si deve fare e quello che non si deve fare è la televisione; “Il televisore è “reale”, è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve avere ragione, vi dite: sembra talmente che l’abbia!” Mezzo totalmente asettico e impersonale la televisione dà delle risposte istantanee, edulcorate e accuratamente selezionate, non stimola invece l’intelligenza, la creatività, la scoperta del nuovo o del diverso. I libri danno degli spunti, delle tracce per far nascere una riflessione, una domanda o per dare una risposta pensata e sudata. Proprio per questo a Guy Montag è stato insegnato che la carta deve essere bruciata e temuta, come se quel leggero pezzo di parole fosse la rovina del declino lento ed inesorabile dell’umanità, come se fosse un vaso di Pandora da richiudere in fretta. Il protagonista però non ci sta, non riesce ad adagiarsi davanti a questa finta felicità, a questa serenità comandata e voluta dall’alto: “Non voleva sapere, per esempio, come una cosa fosse fatta, ma perché la si facesse. Cosa che può essere imbarazzante. Ci si domanda il perché di tante cose, ma guai a continuare: si rischia di condannarsi all’infelicità permanente.” E allora, guardando la moglie-automa, i suoi superficiali colleghi, si ribella e inizia la sua rinascita. Proprio dal momento in cui decise di non bruciare un libro che doveva essere eliminato e leggerne un trafiletto inizia il suo traumatico risveglio, la sua inevitabile rinascita e il suo destino da ribelle.

Nonostante sia un libro di fantascienza, del genere distopico, sicuramente concede molti più spunti di riflessione di quanto si creda; il tema, infatti, nonostante l’avesse affrontato verso la metà del ‘900, è senza dubbio molto attuale e leggendolo ai giorni nostri si coglie un livello del romanzo non puramente narrativo, ma più saggistico e sociologico. Ci fa riflettere sul nostro rapporto con la televisione, grande mezzo di telecomunicazione con pregi, ma altrettanti difetti; soprattutto mette in evidenza il nostro rapporto con i libri, sempre più traditi per una comunicazione più immediata e asettica portata avanti da quella scatola quadrata nei nostri salotti o anche da internet. Siamo proprio sicuri che quella raccontata da Bradbury sia totale fantascienza e fervida immaginazione o invece sia sempre più specchio di una realtà che sta andando lentamente verso lo scatafascio? Non sono forse questi infiniti programmi di attualità e di sterili polemiche, questi reality al limite dell’orrido e questa informazione sfalsata a rovinarci e “cancrenizzare” il nostro cervello?

LA MIA FRASE PREFERITA: “Noi non siamo che copertine di libri, il cui solo significato è proteggerli dalla polvere.”

“Il bar sotto il mare” di Stefano Benni

VOTO: 8

TRAMA: “Sompazzo, il paese più bugiardo del mondo – Gaspard Ouralphe, il più grande cuoco della Francia – Il verme mangiaparole e l’increbile storia del capitano Charlemont – La disfida di Salsiccia – Il dittatore pentito – Kraputnyk, il marziano innamorato – Priscilla Mapple e il delitto della II C – Il folletto delle brutte figure, il diavolo geloso e la chitarra magica – La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case – Il mistero di Oleron e l’Autogrill della morte – Californian crawl – Il ponosabato del cinema Splendor – I capricci del dio Amikinont’amanonamikit’ama – Arturo Perplesso Davanti alla Casa Abbandonata sul Mare – Il racconto più breve del mono, la fatale Nastassia e la grande Traversata di Vecchietti. Tutto può accadere nel bar sotto il mare. Un bar in cui tutti vorremmo capitare, una notte, per ascoltare i racconti del barista, dell’uomo col cappello, dell’uomo con la gardenia, della sirena, del marinaio, dell’uomo invisibile, della vamp e degli altri misteriosi avventori.”

LA MIA RECENSIONE: Immaginate di star passeggiando tranquilli in riva al mare, magari vagando con la mente in luoghi e tempi lontani, quando vi accorgete di un signore sulla sessantina all’incirca con una gardenia all’occhiello piano piano calarsi in mare con passo sicuro. Sicuramente penserete: si sta suicidando. E sicuramente, se siete anche un poco di buon cuore, vi accingerete a raggiungerlo per cercare di fermarlo, per farlo desistere dal suo fatale intento. Allora vi immergete anche voi, non vedendo altra scelta oramai. E ora immaginate che quel tranquillo vecchietto piano piano si stia dirigendo sott’acqua verso un’insegna luminosa con scritto “BAR”. Voi cosa fareste? Se siete curiosi e temerari proverete ad entrare per cercare di scoprire l’arcano. E proprio lì scoprirete una sorta di pub sottomarino abitato da ventitré strani e disparati avventori, proprio identici a quelli della copertina del romanzo. Il barista di quello strano bar vi invita ad entrare, a mettervi comodo e ascoltare le storie dei personaggi lì presenti, ad una sola condizione però: alla fine dovrete anche voi raccontarne una. E’ così che ha inizio “Il bar sotto il mare” di Stefano Benni: una metastoria, creata dalla fantasia di ciascun personaggio, tramite la quale l’autore fa risaltare la sua mirabile bravura nella scrittura e rende omaggio a famosi scrittori, a cui spesso si ispira, quali Edgar Allan Poe e Agatha Christie. 

Da questo momento in poi è un susseguirsi di storie di fantasia, l’una diversa dall’altra, con stili e intenti variegati, totalmente scollegati tra di loro, senza la pretesa di legarli ad un filo. All’inizio del libro si trova una sorta di cartina che ci indica visivamente chi racconta che cosa, con la quale possiamo anche farci un’idea delle fisionomie dei cantastorie che vengono poi rispecchiate nel contenuto del racconto e anche nello stile.

Elencare e raccontare i racconti (perdonate il giro di parole) mi sembra solo una perdita di tempo e una forzatura, oltre che inutile. Come è inutile trovare una morale, un senso filologico nelle storie narrate, per quanto, a mio parere, sottilmente ci sia. Il mio consiglio è leggerle così come sono, lasciarsi stupire dalla storia senza cercare un come o un perché. Io stessa, nelle prime pagine, provavo a ricercare un senso in quello che leggevo, ci rimanevo quasi male poi nel non trovarlo (anche confrontandomi con persone che l’avevano già letto), rischiando quasi di perdermi il puro e semplice scopo di queste storie: il divertimento. Benni mi ha fatto sorridere, il più delle volte, ridere in altre: l’ho trovato ironico, irriverente, malizioso, geniale e assurdo. In una parola: perfetto, perfetto nella sua semplicità, senza grandi virtuosismi, senza grandi giri di parole. Benni è un maestro nella scrittura, la manipola agilmente, la plasma e crea ogni volta una creatura diversa (un mirabile esempio è “Il verme disicio”).

Mi permetto però di segnalarvi le storie che mi hanno fatto più sorridere e divertire: “Il più grande cuoco di Francia” , penso sia in assoluto il mio preferito, la figura del diavolo poi è veramente comica e irriverente, “Il marziano innamorato”, “Oleron” chiaro omaggio a Poe, una storia quasi horror (dico quasi per il finale che vi lascerà di stucco), “La chitarra magica” (solo una parola: micidiale) e “Priscilla Mapple e il delitto della II C” narrata in pieno stile Agatha Christie.

Consiglio vivamente questo libro, per distrarsi, per divertirsi anche con un libro (e non solo davanti a programmi dementi in tv), per imparare da un maestro o per leggerlo a voce alta. Questo è senza dubbio un libro che merita una seconda, una terza, una decima rilettura!

LA MIA FRASE PREFERITA: ““Anche il destino a questo punto si domanda se vale la pena di travestirsi da venditore di torroni, far morire i dentisti, far cantare i tonni e tutto solo per divertire questi bambini volubili che si chiamano uomini. Nessuno gli risponde, perché nessuno può dare consigli al destino, né a San Lorenzo né altrove.”

“VA’, METTI UNA SENTINELLA” DI HARPER LEE

VOTO: 7.5

TRAMA: “Maycomb, Alabama. La ventiseienne Jean Louise Finch – “Scout” – torna a casa da New York per visitare l’anziano padre, Atticus. Ambientato sullo sfondo delle tensioni per i diritti civili e il trambusto politico che negli anni cinquanta stanno trasformando il Sud degli Stati Uniti, il ritorno di Jean Louise prende un sapore agrodolce quando viene a sapere verità inquietanti sulla sua famiglia, sulla cittadina e sulle persone che le sono più care. Tornano a galla ricordi dell’infanzia, e i suoi valori e convincimenti sono messi seriamente in discussione. Con il ritorno di molti personaggi emblematici de Il buio oltre la siepe, Va’, metti una sentinella cattura perfettamente le sofferenze di una giovane donna e di un mondo costretti ad abbandonare le illusioni del passato, una transizione che può solo essere guidata dalla coscienza di ciascuno. Scritto a metà degli anni cinquanta, Va’, metti una sentinella permette una comprensione più completa e più ricca di Harper Lee. È un romanzo d’indimenticabile saggezza, umanità, passione e umorismo, che mette in luce tutto il talento dell’autrice. Un’opera d’arte profondamente toccante che evoca in maniera splendida un’altra era e, al tempo stesso, mostra tutta la sua rilevanza per i nostri giorni. Non solo è una conferma della duratura intelligenza de Il buio oltre la siepe, ma serve anche come suo compagno essenziale, aggiungendo profondità, contesto e un nuovo significato a un classico della letteratura.”

LA MIA RECENSIONE: Appena l’ho ricevuto, più che apprezzato regalo per Natale da una più che apprezzata persona, ho iniziato subito a leggerlo poiché era da un po’ che gli facevo la corte e, devo dire, non ne sono rimasta per niente delusa; questo, però, mi relega a pecora nera tra i lettori di tutto il mondo; ma ora vi spiego perché.

Chiaccheratissimo romanzo uscito da poco della scrittrice americana Harper Lee, “Va’, metti una sentinella” è il seguito del “Buio oltre la siepe“, Premio Pulitzer nel 1960 e successo mondiale. L’autrice scrisse questo romanzo prima del suo più famoso libro, intorno agli anni ’50. Frutto, infatti, di battaglie legali tra eredi, il romanzo appena uscito si è già trovato al centro di una bufera di critiche e di lamentele a causa del completo stravolgimento di tutto quello che avevamo imparato ad amare con “Il buio oltre la siepe”; l’unica che è rimasta intatta da questo totale mutamento è Jean Louise Finch, detta “Scout”, la quale, all’età di ventisei anni, non ha abbandonato il suo spirito anticonformista, il suo animo integro, generoso e fiducioso verso il prossimo.

La signorina Finch, infatti, torna nella sua città natale per far visita al padre, Atticus, ormai invecchiato e ai parenti che aveva lasciato. Tuttavia si scontra subito con un mondo totalmente diverso da quello a cui era abituata fin da piccola: trova una Maycomb più diffidente, più chiusa e, se possibile, ancora più retrograda rispetto al passato. Ma non è solo lo spirito della cittadina ad essere cambiato, lo sono anche i suoi amici più stretti, perfino il suo stesso padre. Infatti è qui che il lettore subisce il più pesante colpo, quasi una martellata al cuore per gli amanti del primo romanzo: Atticus, padre integerrimo, cittadino ligio al dovere, uomo con un’integrità invidiabile e una mente lucidissima è razzista. Non ci sono preamboli di parole né spoiler che tengano (anche se lo scoprireste quasi subito): l’avvocato brillante che si era preso carico di difendere un nero accusato, falsamente, di violenza sessuale verso una ragazza bianca, che era andato contro tutti per salvare dalla pena capitale quel povero uomo innocente, proprio quello che aveva sentenziato con onore “Uguali diritti per tutti, speciali privilegi per nessuno”, considerava la “razza nera” persone inferiori, persone che non erano degne di diventare cittadine degli Stati Uniti, persone che, aldilà di tutti gli sforzi che avrebbero potuto fare, non sarebbero mai potute arrivate a livello della “razza bianca”, di coloro che si ritenevano acculturati, posati ed educati. La figlia, inoltre, scopre che l’amatissimo padre è perfino membro del Ku Klux Klan, setta razzista e violenta diventata celeberrima per i cappucci bianchi indossati dai membri. Questo è stato uno schock per Scout e contemporaneamente uno schock per colui che aveva amato i valori acclamati e decantati del “Buio oltre la siepe”, aveva amato l’integrità di Atticus e lo aveva rispettato dal più profondo del cuore.

Jean Louise in pochi giorni si è vista smontare un pezzo per volta tutto il suo mondo, tutte le sue convinzioni e tutti i suoi ferrei valori; il padre che lei adorava, ammirava, rispettava e imitava si era rivelato un gretto abitante del sud degli Stati Uniti che cercava in tutti i modi di mantenere un nome all’interno della sua comunità, che cercava di liberare la sua cittadina e l’intera nazione dalle persone nere, a suo dire grette ed analfabete. “Allora veniamo subito al sodo. Vuoi vagonate di negri nelle nostre scuole, nelle nostre chiese e nei nostri teatri? Vuoi che facciano parte del nostro mondo?” Ed è in questo momento che Jean Louise ha dovuto rivedere la sua posizione in quel sistema malato, che ha compiuto una scissione irreversibile tra lei e suo padre, tra la sua visione delle cose e quella della sua cittadina natale: ha partorito una sua propria coscienza, totalmente indipendente da quella del vecchio Atticus. Ed è proprio questo lungo e doloroso processo, narrato nell’ultima parte del romanzo, che mi ha colpito e mi ha emozionato: la posizione della ragazza, così candida, così ottimista e fiduciosa, senza pregiudizi, senza discriminazioni, così simile a quella della “vecchia Scout” ha dato la svolta al libro, quel quid che mancava nelle altre pagine del romanzo.

Qui riporto il discorso più bello del libro, a parer mio. “Ci siamo messi d’accordo sul fatto che sono arretrati, che sono analfabeti, che sono sporchi e ridicoli e inconcludenti e fannulloni, che sono dei bambini e sono stupidi, almeno qualcuno, ma non siamo d’accordo su una cosa e non lo saremo mai. Tu neghi che siano essere umani” Questa è l’essenza del romanzo. Ho letto molte recensioni di totale disprezzo per questo libro e tutte si sono focalizzate sulla figura di Atticus, sulla cocente delusione per questo repentino, inspiegabile e inconciliabile mutamento. Anche io ne sono rimasta profondamente amareggiata, ma il suo voltafaccia ha portato dei risvolti inaspettati: ho riscoperto una Scout adulta fantastica, una donna come tutte le donne dovrebbero essere, indipendente, autonoma, coraggiosa, anche maschiaccio, ma piena di sani e onesti valori, scevri da qualsiasi opportunismo o ipocrisia. Questo ho amato nella Scout del “Buio oltre la siepe” e questo ho amato nella Jean Louise Finch del “Va’, metti una sentinella”.

Io, questo romanzo, ve lo consiglio, caldamente, vivamente. Se avete perso quella scintilla di ardore di fronte alle ingiustizie, se non vi indignate ormai più pieni di rabbia davanti a quelle orribili scene che riempiono le coste europee in questi mesi, se avete perso quei valori che vi bruciavano di passione, magari quando eravate più giovani, leggetelo questo libro, vi prego fatelo.

LA MIA FRASE PREFERITA: “L’isola di ogni uomo, Jean Louise, la sentinella di ognuno di noi, è la sua coscienza.”

Ricapitolando

Sul finire del 2015 faccio il mio consueto rewind dell’anno appena trascorso con la top 5 dei libri che più ho amato. Poi, dulcis in fundo, farò l’altrettanto consueta wishlist per l’anno avvenire, sempre nella consapevolezza che i buoni propositi saranno lettera morta per i posteri, ma d’altronde questo è un clichè, una perenne spada di Damocle che ci pende sopra la testa. Iniziamo:

La mia top 5 del 2015:

  1. “La solitudine dei numeri primi”  di Paolo Giordano: questo libro mi è entrato nel cuore, non lentamente e dolcemente, ma scavandosi un tunnel con un piccone e lacerando con un coltello la mia carne. Metafora macabra per un romanzo che mi ha letteralmente rubato l’anima. Primo posto nel 2015 e top 3 nella vita.
  2. “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee: romanzo ambientato negli anni ’30 in Alabama, un’epoca intrisa di razzismo, è una storia che fa riflettere, fa indignare e anche sorridere, grazie alle avventure dell’intelligente e scaltra Scout. Assolutamente da leggere, un grande classico imperdibile.
  3. L’isola di Arturo” di Elsa Morantecapolavoro della scrittrice romana, premio Strega nel 1957, questo è un romanzo di formazione che ripercorre l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza di Arturo Gerace nell’isola di Procida; tutto ruota attorno al rapporto di amore-odio-venerazione che il ragazzino ha nei confronti del padre marinaio. E’ un libro impegnativo, non c’è dubbio, ma il modo con cui la Morante riesce a delineare la psicologia dei personaggi, le descrizione che fa dei paesaggi isolani sono strabilianti, degni di una grandiosa scrittrice.
  4. “Il cardellino” di Donna Tartt: fresca di lettura sento ancora gli strascichi e le presenze dei personaggi di questo enorme romanzo; riesco ancora a percepire l’affetto che provavo per Theo Decker e l’acuto dolore che mi lasciava ogni suo sfortunato avvenimento. Questo penso sia la più grande prova che io posso dare in merito a questo romanzo: il coinvolgimento che la Tartt riesce a trasmettere è penetrante e intenso e dura nel tempo. Credetemi, non ve ne pentirete. Unico neo? La lunghezza del libro; o il suo pregio, dipende dai punti di vista.
  5. Trainspotting” di Irvine Welsh: questo libro vi sconvolgerà, scuoterà le vostre coscienze, vi costringerà a rivedere i vostri principi e i vostri valori; non ne uscirete indenni, ve lo assicuro. Da questo romanzo è stata ricavata una versione cinematografica molto fedele e se possibile ancora più sconvolgente.

La mia wishlist per il 2016:

  • “Tutti al mare” di Michele Serra
  • Pornokiller”  di Marco Cubeddu
  • Due storie sporche” di Alan Bennett
  • “La ferocia” di Nicola Lagioia
  • Il rosso e il nero”  di Stendhal
  • “Il bar sotto il mare”  di Stefano Benni
  • Cime tempestose” di Emily Bronte
  • Qualcosa di Philip Roth
  • Qualcosa di Hemingway
  • Moby Dick” di Herman Melville
  • “Sofia veste sempre di nero”  di Paolo Cognetti
  • Qualcosa di Don DeLillo
  • Il gabbiano Jonathan Livingstone” di Richard Bach
  • Middlesex” di Jeffrey Eugenides

Che dite, utopia? Beh, io ci provo comunque.

Con questi buoni propositi vi auguro buone feste e buon anno. Ci rivediamo nel 2016!

“La mia Londra” di Simonetta Agnello Hornby

VOTO: 6.5

TRAMA: “Racconto di racconti e personalissima guida alla città, questo libro è un inno a una Londra che continua a crescere e cambiare: ogni marea del Tamigi porta qualcosa o qualcuno di nuovo per farci pensare e ripensare.”

LA MIA RECENSIONE: Simonetta Agnello Hornby è una siciliana, palermitana, classe 1945, famosa nella letteratura per aver scritto “La Mennulara”, ma trapiantata dagli anni 70 nella capitale inglese. Lì si è stabilita, è diventata avvocato, “sollicitor” per la precisione, ha continuato la sua carriera in un studio di diritto familiare a Brixton (N.B. fu uno dei primi che si dedicò ai casi di violenza nelle famiglie) e lì ha costruito la sua famiglia sposando un inglese.

Questa è la sua personale guida di Londra: è un ibrido, per metà autobiografia e per metà guida turistica. La Hornby ci introduce nel suo mondo, ci fa scoprire tutte le bellezze di una città che a volte viene sottovalutata, soprattutto a paragone con certe città italiane. Tuttavia Londra ha una sua storia e una sua anima, che traspare dai palazzi, dalla conformazione del Tamigi, dagli abitanti stessi, esseri alieni, tipici e “folkloristici”. E questa storia viene raccontata dagli occhi e dalla voce dell’autrice, dalla sua particolare sensibilità vero l’architettura, l’arte e la buona cucina. Ci introduce nel suo piccolo mondo, tra il lavoro e la sua carriera, tra i suoi numerosi hobby e le sue esperienze in questa terra straniera; e lo fa mantenendo un tono di riservatezza; infatti non ha mai menzionato i nomi dei suoi familiari, questo per sottolineare che la protagonista del libro non è lei stessa, ma Londra, la sua città.

Da questa guida si scoprono non solo luoghi meno turistici e più genuini di Londra, ma si apprende anche qualcosa di più sui comportamenti dei londinesi, sulle loro abitudini, le loro manie, i loro taboo e le loro passioni. Con un occhio “da straniera” la Hornby riesce a descrivere e a delineare il “londinese tipo”: riservato, diplomatico, poco avezzo alla conversazione, ma allo stesso tempo generoso e aperto ad ogni tipo di cultura. Possiamo dire la stessa cosa dell'”italiano tipo”? Io non credo. L’autrice infatti sottolinea con positiva sorpresa che lì a Londra può fare carriera qualsiasi persona di qualsiasi etnia, basta che abbia un cervello. Poi il paragone con il nostro paese lo lascio a voi, cari lettori.

Non mancano ovviamente le critiche verso la stessa città, più verso i suoi abitanti; la Hornby infatti si trasferisce a Londra nel 1970, anni difficili per le donne, a maggior ragione se desiderose di far carriera.

Ogni capitolo, inoltre, è accompagnato da una frase del famoso studioso Samuel Johnson (autore del primo dizionario inglese), molto stimato dall’autrice stessa e filo conduttore di tutto il libro.

Insomma, consiglio questo libro a chi conosce già sommariamente la città e quindi ha già dei punti fissi per orientarsi nelle varie descrizioni o almeno a chi ha in programma di andarci a breve. Per chi invece, come me, non conosce così bene Londra è un po’ difficile stare al passo con l’autrice, soprattutto in alcuni passaggi. Di certo non ci si può aspettare un romanzo, perché non lo è e non pretende nemmeno di esserlo. La scrittura della Hornby infatti, pur essendo lessicalmente perfetta, non è coese né coerente, spesso fa voli pindarici difficili da comprendere o omette informazioni utili per la comprensione. Ma, ripeto, non è un romanzo, è solo una sorta di diario di vita che l’autrice ha riempito con le sue sensazioni e le sue esperienze. E’ una personale gita attraverso Londra, dal 1970 ad oggi.

Ne approfitto per farvi i miei più sinceri auguri di Buon Natale; passatelo con i vostri cari, riempitevi lo stomaco di panettone e leggete, mi raccomando!

Ci vediamo nel 2016 con tanti nuovi e irrealizzabili propositi.

 

“Il cardellino” di Donna Tartt

 

 

VOTO: 8

TRAMA: “Figlio di una madre devota e di un padre inaffidabile, Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo a New-York, senza parenti né un posto dove stare, viene accolto dalla ricca famiglia di un suo compagno di scuola. A disagio nella sua nuova casa di Park Avenue, isolato dagli amici e tormentato dall’acuta nostalgia nei confronti della madre, Theo si aggrappa alla cosa che più di ogni altra ha il potere di fargliela sentire vicina: un piccolo quadro dal fascino singolare che, a distanza di anni, lo porterà ad addentrarsi negli ambienti pericolosi della criminalità internazionale. Nel frattempo, Theo cresce, diventa un uomo, si innamora e impara a scivolare con disinvoltura dai salotti più chic della città al polveroso labirinto del negozio di antichità in cui lavora. Finché, preda di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare, si troverà coinvolto in una rischiosa partita dove la posta in gioco è il suo talismano, il piccolo quadro raffigurante un cardellino che forse rappresenta l’innocenza perduta e la bellezza che, sola, può salvare il mondo.”

LA MIA RECENSIONE: Premio Pulitzer 2014, lavoro decennale della pignola Donna Tartt (questo è il suo terzo romanzo), è un tomo di ben 892 pagine (in versione cartacea) che più volte mi ha attirato in qualsiasi libreria io mettessi piede, grazie ad uno sconto che, date le pagine, era più che notevole; ma sempre per lo stesso motivo ho sempre rifuggito, più che certa della sicura scomodità del suo trasporto. Poi un’offerta nel kobostore mi ha fatto cambiare idea e, per nulla spaventata dalle 750 e passa pagine (virtuali), mi ci sono buttata a capofitto, con fiducia ed ottimismo. Questo non solo per le molte recensioni positive che ho raccattato in giro per il web, ma anche per il mio entusiasmo ormai collaudato verso questa Donna, impeccabile e composta nelle foto, la cui perfezione si riflette senza dubbio sulla sua scrittura. Mesi addietro, infatti, avevo letto un altro suo famoso romanzo, “Dio di illusioni”, la mia porta d’accesso nel mondo della Tartt e che ora, con “Il cardellino”, non ha per nulla deluso le mie aspettative.

Questo è un romanzo-colosso, una storia in bilico tra il romanzo di formazione “a la Dickens” e un thriller, infarcito di misteri, intrighi, relazioni pericolose e l’amore per l’arte. Infatti, punto di equilibrio rimane, per tutto il romanzo, “Il cardellino” di Carel Fabritius, piccolo quadro, ma di estrema bellezza che Theo ruba dal museo durante l’attacco terroristico, che si porterà per anni nei suoi vari spostamenti e che lo trascinerà poi, a suo discapito, in un tunnel di affari loschi e criminali.

Vi devo confessare che trovo molto difficile recensire questo libro, non solo per la vastità dello stesso (che non mi permette assolutamente di fare una sinossi concisa ed esaustiva), ma anche per la bravura della scrittrice a creare attorno al romanzo una sorta di bolla, impenetrabile dall’esterno, che isola il lettore sia narrativamente sia emozionalmente. E’ proprio per questo che io non riesco a descrivervi al meglio quello che ho provato leggendolo, le mie sensazioni e le mie opinioni. E’ come se, un giorno, decidessi di recensire obiettivamente la mia vita, uscissi dal mio corpo e andassi a descrivere minuziosamente con una lente di ingrandimento tutto quello che mi è successo: non ce la farei, non riuscirei ad essere oggettiva, coesa e sincronica, non riuscirei a raccontare con logicità gli eventi della mia vita. Ecco, così mi sento ora, dopo ore che scrivo e cancello frasi in questo post. Allora ho deciso di essere onesta, poco imparziale e poco “professionale”; ho deciso che questa recensione la scrivo proprio di pancia, quello che mi esce fuori, come uno “stream of consciousness” joyciano, senza filtri né obiettività. Di questo libro, infatti, ho letto recensioni entusiaste, che idolatravano la Tartt e la sua scrittura perfetta e altri, invece, un po’ dubbiosi, non schifati né inorriditi, ma solo poco generosi verso la scrittrice. Questo può far capire, molto meglio delle mie parole, che questo è un romanzo che divide in due le masse: a chi piace (tantissimo) e a chi non piace (diciamo poco). Io, se non lo avete ancora capito, sono decisamente nella prima categoria.

Theo è un personaggio che, fin dalla prima pagina in cui è adulto e ricorda con un enorme flashback il suo passato, mi è subito entrato nel cuore: il suo cinismo, il suo pessimismo cronico e la sua artica autostima me l’hanno fatto amare immediatamente. Dalle sue parole si scorge fin da subito il suo dolore, o meglio la sua latente disperazione, per la perdita della madre, la sua adoratissima e bellissima madre. Si percepisce la sorda disperazione, che pervade l’intero romanzo, del protagonista, il senso di colpa che lo divora, il vortice dei “se”e dei “ma” che lo ingoia: “Sapevo che la sua morte non era colpa mia, ma a un livello viscerale, irrazionale e inscalfibile, ero convinto che lo fosse” Ci descrive la madre quasi come una dea, bruna e con gli occhi azzurri, amorevole con il figlio, amante dell’arte e sempre in bilico tra la realtà e la sua fantasia. Quello di Theo per la madre è un amore viscerale, al limite del patologico, complice sicuramente il loro coeso fronte verso il padre, alcolista e disgraziato. Il filo conduttore di tutta la storia è proprio lei, impersonata e idealizzata poi nel quadro che Theo si porterà appresso come una sorta di cimelio, flebile legame con il suo scomparso genitore che aveva tanto amato quell’opera. “Fu come perdere l’unico punto di riferimento in grado di guidarmi verso un luogo più felice, verso un’esistenza più ricca di legami e più congeniale” Da qui si dipana tutta la storia e da qui partono tutti i suoi guai. Da questo momento in poi è un susseguirsi di incontri e scontri con personaggi a loro modo memorabili, che lo sfiorano, lo spingono o lo accarezzano. Il primo è l’amico sovietico Boris, ragazzino indipendente, cinico e intelligente con il quale passerà mesi sotto la dipendenza da droghe e da alcool e che poi ritroverà nell’età adulta; poi c’è Pippa, ragazzina che come lui ha subito il trauma all’interno del museo da cui ne è uscita viva per miracolo e Hobie, una sorta di padre adottivo, un padre morale che poi diventerà anche il suo socio in affari. Ma il protagonista, al pari di Theo, del libro è sicuramente il quadro, filo rosso che percorre l’intera storia, fautore sicuramente di intrighi, di rivendicazioni e di misteri, ma che rimane la coperta di Linus per il giovane Decker; per Theo, infatti, la piccola opera d’arte non è un oggetto di valore economico, non è nemmeno un’opera di un pittore famoso, ma è solo il quadro che sua madre adorava, è il motivo per cui quel giorno erano andati al Metropolitan Museum, è il nesso causale con la sua morte e quasi per trasposizione quel quadro mantiene la sua essenza, quasi ne fosse la sua reincarnazione. In quel quadro Theo trova consolazione, cerca un unguento per la sua anima nera che la faccia spurgare e ne faccia uscire tutto il male.

Nonostante i buoni propositi, però, nonostante all’apparenza sia una persona equilibrata, pacata, accondiscendente e generosa, Theo è una persona malata, una persona ormai rotta e impossibile da riassemblare. Questo suo disagio verso la vita lo porta a mentire, a compiere azioni disonorevoli, lo lega a doppio filo con le dipendenze: la droga, l’alcool, poi i farmaci, Pippa e, non meno importante, il quadro; tutto ciò che lo fa stare bene, gli fa dimenticare il suo trauma cerca di assumerlo in dosi eccessive, spasmodiche. Poi però deve fare i conti con l’astinenza, crudele gioco dei contrappesi, che lo porta più volte al confine con la morte. Theo, quindi, non è l’orfanello buono e generoso che, nonostante le molteplici disavventure, affronta la vita con coraggio e ottimismo; no, Theo è l’antieroe, è una persona malata, bugiarda e disonesta, è la vittima del suo destino, ma allo stesso tempo ne è il suo carnefice. Non si può, però, non volergli bene, non affezionarci, non sperare che alla fine il destino gli dia un’altra chance, una sorta di riscatto per quello che ha dovuto sopportare. “…Ma dopotutto non è sempre l’elemento fuori posto, quello che non funziona alla perfezione, che stranamente finiamo per amare di più?”

Un’ultima cosa che vi segnalo è il finale, le ultime dieci pagine di questo romanzo sono la perla dell’intero libro, solo per queste vale la pena leggere le altre 740; in quelle frasi la Tartt tira le fila del discorso, chiude il cerchio, come si suol dire, e dà alla rocambolesca storia di Theo un senso ancora più pragmatico.

Come avevo preannunciato non mi aspetto che voi abbiate capito quello che volevo veramente dire in questa recensione, ma va bene così. Ho cercato di darvi degli spunti, degli input per iniziare a leggere un romanzo non facile, sicuramente, ma che potrebbe darvi molto più di quello che vi aspettate. A dispetto, però, della mole, la lettura è agevole, la scrittrice ha una scrittura fluida e omogenea; il linguaggio poi è ricercato, ma rimane sempre in un registro comune e comprensibile. La storia inoltre è avvincente, lascia con il fiato sospeso e con la voglia di continuare a leggere spasmodicamente fino al finale. E se questo non vi ha già convinto, io ve lo consiglio anche solo per assaggiare la scrittura della Tartt, la sua maestria nella narrazione e nell’elaborazione dell’intelaiatura e, non da meno, per avere l’occasione di leggere un Premio Pulitzer, il più ambito premio della narrativa americana.

LA MIA FRASE PREFERITA “La maggior parte delle persone sembravano soddisfate della sottile patina ornamentale e del sapiente gioco di luci che, di tanto in tanto, facevano apparire più misteriosa e meno ripugnante la sostanziale atrocità della condizione umana”

 

“Qualcuno con cui correre” di David Grossman

VOTO: 7

TRAMA: “Assaf è un sedicenne timido e impacciato cui viene affidato un compito singolare: ritrovare il proprietario di un cane abbandonato seguendolo per le strade di Gerusalemme. Correndo dietro all’animale, Assaf viene condotto di fronte a inquietanti personaggi, attraverso i quali ricompone i tasselli di un drammatico puzzle: la vicenda di Tamar, una ragazza solitaria e ribelle, fuggita da casa per andare a salvare il fratello, giovane tossicodipendente finito nella rete di una banda di malfattori. “Qualcuno con cui correre” è il ritratto di due adolescenti che si cercano, che forse si amano, che soffrono ma combattono con generosità per qualcosa che è dentro di loro.” tratto da ibs.it

LA MIA RECENSIONE: 

“Sappi che ogni storia, in qualche punto profondo, si rifà a una grande verità, anche se questa non sempre ci è chiara.”  Quella raccontata in questo romanzo è una storia di coraggio, di avventura, di amore fraterno e di solidarietà; questa è una storia raccontata da adolescenti per adolescenti, che ci fa addentrare nel loro mondo di sentimenti, di taboo e di convenzioni. Questa, però, è anche una storia di libertà e il titolo, che evoca il vento che scompiglia i capelli quando si corre a perdifiato, ne dà una rappresentazione anticipatoria.

Il romanzo è composto da due voci che narrano le rispettive imprese in due archi temporali distinti, ma collegati tra di loro: la storia raccontata dalla voce di Tamar (la giovane ragazza che molla tutta la sua vita per cercare di salvare suo fratello dalla spirale della tossicodipendenza e da avidi trafficanti di droga) è temporalmente antecedente rispetto a quella di Assaf (il ragazzino che, lavorando per il comune, deve riportare un grosso cane smarrito dai suoi originari padroni). Assaf, quindi, grazie all’intelligentissimo e ed educatissimo cagnolone ripercorre a ritroso il percorso fatto da Tamar, conosce gli amici della ragazza che piano piano, come un puzzle, lo aiuteranno a incastrare tutti i pezzi per arrivare finalmente da lei. Assaf, infatti, abbandonato assai presto il mero senso del dovere dovuto al suo volontariato in comune, passa le sue giornate inseguendo il cane, spinto da un sentimento che non riesce a decifrare, ma abbastanza forte da farsi obbedire.

Di contro Tamar, la giovane donna con un enorme talento nel canto, per salvare suo fratello abbandona la sua vita normale ed ordinaria, abbandona anche le sue velleità canore, per infiltrarsi, con un astuto e  congegnato piano, nell’organizzazione criminale che tiene in ostaggio suo fratello (talento, invece, nella chitarra); quest’ultima, infatti, sfrutta la facciata di ostello per giovani talenti di strada come copertura, mascherando all’interno, però, traffici di droga, scippi agli ignari passanti e scomparizioni misteriose.

Il ritmo del romanzo di Grossman è incalzante, tiene incollati alla pagina con tutti i sensi, fa entrare in un mondo orientale, con la sua cultura e le sue tradizioni, con grande naturalezza e spontaneità. Un libro, insomma, che è stato creato per essere divorato, mangiato a grandi bocconi, ingoiando perfino aria a causa della velocità, come suggerisce il titolo, d’altronde.

E’ un libro che suggerisco a tutti, a grandi e piccini, non solo per le tematiche importanti, profonde e penetranti, ma anche (anzi, soprattutto) per quei due giovani protagonisti che non hanno paura di abbandonarsi alle loro emozioni, non hanno paura di andare controcorrente, di essere “diversi” in un mondo di convenzionalità e standardizzazione. “E quando vide la pagina in cui aveva scritto cento volte, come per castigo, la parola “anomala”, gli venne voglia di cancellarla con una grande X e scriversi sopra “rara”.

P.S. “Qualcuno con cui correre” è stato poi trasposto in pellicola cinematografica nel 2006, il regista è Oded Davidoff

FRASE PREFERITA: “Quasi non si parlarono e Tamar pensò che non aveva mai incontrato nessuno con cui si sentiva tanto bene tacendo.”